Home > Beethoven, El Greco, Mann > L’ultima Sonata

L’ultima Sonata

*

[…]«Perchè Beethoven non ha aggiunto un terzo tempo alla sonata per pianoforte, op. 111».

[…]

Interrogato in proposito dal domestico, Beethoven aveva risposto che non aveva avuto tempo, e perciò aveva preferito allungare un pochino la seconda parte. Non aveva avuto tempo! E con «calma» l’aveva detto. Evidentemente il disprezzo contenuto in quella risposta era passato inosservato, ma era giustificato dalla domanda.

[…]

Poi Kretzschmar parlò della sonata in do minore che certo non è facile da capire come opera armonica e spiritualmente ordinata, e che tanto per la critica contemporanea quanto per gli amici aveva costituito un arduo problema estetico. […] Davanti appunto a un plus ultra, nel quale sapevano scorgere solo una degenerazione di tendenze che il maestro perseguiva con un eccesso di speculazione, con minuziosità e scienza musicale esagerate – talora in una materia semplice come il tema dell’Arietta, svolto in quelle formidabili variazioni che formano il secondo tempo della sonata. E come il tema di questo tempo, attraverso cento destini, cento mondi di contrasti ritmici, finisce col perdersi in altitudini vertiginose che si potrebbero chiamare trascendenti o astratte – così l’arte di Beethoven aveva superato se stessa: dalle regioni abitabili e tradizionali si era sollevata, davanti agli occhi sbigottiti degli uomini, nelle sfere della personalità – a un io dolorosamente isolato nell’assoluto, escluso anche, causa la sordità, dal mondo sensibile: sovrano solitario di un regno spirituale dal quale erano partiti brividi rimasti oscuri persino ai più devoti del suo tempo, e nei cui terrificanti messaggi i contemporanei avevano saputo raccapezzarsi solo per istanti, solo per eccezione.

[…]

Poi sedette al pianino e ci suonò a memoria tutta la composizione, il primo e il formidabile secondo tempo, inserendovi continuamente i commenti e accompagnandola qua e là col canto entusiastico dimostrativo per farci ben notare la linea; e tutto insieme era uno spettacolo travolgente per un verso, comico per un altro, e accolto infatti spesso con ilarità dal piccolo uditorio.

[…]

Infine posò le mani in grembo, riposò un istante, disse: – Adesso viene il bello – e incominciò il tempo con variazioni l’«adagio molto, semplice e cantabile».

Il tema dell’Arietta destinato a subire avventure e peripezie per le quali nella sua idillica innocenza proprio non sembra nato, si annuncia subito e si esprime in sedici battute riducibili a un motivo che si presenta alla fine della prima metà, simile a un richiamo breve e pieno di sentimento – tre sole note: una croma, una semicroma e una semiminima puntata che si possono scandire come «Pu-ro ciel» oppure «Dol-ce amor» oppure «Tem-po fu» oppure «Wie-sengrund»: e questo è tutto. Il successivo svolgimento ritmico-armonico-contrappuntistico di questa dolce enunciazione, di questa frase malinconicamente tranquilla, le benedizioni e le condanne che il maestro le impone, le oscurità e le chiarità eccessive, le sfere cristalline nelle quali la precipita e alle quali la innalza, mentre gelo e calore, estasi e pace sono una cosa sola: tutto questo potrà dirsi prolisso o magari strano e grandiosamente eccessivo, senza che per questo se ne sia trovata la definizione, poichè, a guardar bene, essa è indefinibile; e Kretzschmar ci suonava con mani febbrili tutte quelle spettacolose variazioni cantando forte: «Lil-lala» e gridando mentre suonava:

– I trilli a catena! Le fioriture e le cadenze! sentite la convenzionalità che vi è mantenuta? Qui… la lingua… non è più… liberata dalla retorica… ma la retorica… dalla parvenza… del suo dominio soggettivo, infine la parvenza dell’arte… è eliminata… l’arte elimina sempre… la parvenza dell’arte. Lillala! Vi prego di ascoltare… come la melodia… sia sopraffatta dal peso degli accordi… nel passo imitato. Diventa statica… diventa monotona… ecco due volte il re, tre volte il re di seguito… ci pensano gli accordi… lil-lala… vi prego di badare a questo punto…

Era enormemente difficile ascoltare nel contempo le sue grida e la musica complicatissima entro la quale le mescolava. Tutti cercavamo di farlo con grande sforzo, chini in avanti, le mani fra le ginocchia, guardando ora le dita ora la bocca. La caratteristica di questo tempo è infatti il grande distacco fra il basso e il canto, fra la mano destra e la sinistra, e c’è un momento, una situazione estrema in cui sembra che quel povero motivo rimanga sospeso, abbandonato e solitario sopra un abisso vertiginoso – un istante di pallida elevazione cui segue subito una paurosa umiliazione, quasi un trepido sgomento per il fatto che una cosa simile abbia potuto accadere. Ma molte cose accadono ancora prima che si arrivi in fondo. E quando ci si arriva e mentre ci si arriva, dopo tanta collera e ossessione e insistenza temeraria, avviene alcunché di inaspettato e commovente nella sua dolcezza e bontà. Il ben noto motivo che prende commiato e diventa una voce e un cenno di addio, questo re-sol sol subisce una lieve modificazione, prende un piccolo ampliamento melodico. Dopo un do iniziale accoglie, prima del re, un do diesis, di modo che non lo si scandisce più «Pu-ro ciel» o «Tem-po fu», bensì «Oh-tu, puro ciel» o «Già-un tempo fu»; e questo do diesis aggiunto è l’atto più  commovente, più consolatore, più malinconico e conciliante che si possa dare. È come una carezza dolorosamente amorosa sui capelli, su una guancia, un ultimo sguardo negli occhi, quieto e profondo. È la benedizione dell’oggetto, è la frase terribilmente inseguita e umanizzata in modo che travolge e scende nel cuore di chi ascolta come un addio, un addio per sempre, così dolce che gli occhi si empiono di lacrime. «Non pen-sare al mal!» dice. «Dio fu – sempre in noi.» «Tutto un – sogno fu.» «Mi vuoi – sempre ben.» Poi finisce. Un seguito di terzine veloci e dure si affretta a formare una conclusione qualunque, che potrebbe benissimo stare alla fine di altri tempi.

Dopo di che Kretzschmar non ritornò dal pianino alla cattedra. Volto verso di noi, rimase seduto sullo sgabello girevole, nello stesso nostro atteggiamento, chino in avanti, le mani fra le ginocchia, e conchiuse con poche parole la conferenza sul quesito: perchè Beethoven non abbia aggiunto un terzo tempo all’op. 111.

Dopo aver udito, disse, tutta la sonata potevamo rispondere da soli a questa domanda.

– Un terzo tempo? una nuova ripresa… dopo questo addio? Un ritorno… dopo questo commiato? – Impossibile. Tutto era fatto: nel secondo tempo, in questo tempo enorme la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E se diceva «la sonata» non alludeva soltanto a questa, alla sonata in do minore, ma intendeva la sonata in genere come forma artistica tradizionale: qui terminava la sonata, qui essa aveva compiuto la sua missione, toccato la meta oltre la quale non era possibile andare, qui annullava se stessa e prendeva commiato – quel cenno d’addio del motivo re-sol sol, confortato melodicamente dal do diesis, era un addio anche in questo senso, un addio grande come l’intera composizione, il commiato della Sonata.

(T. Mann, Doctor Faustus, VIII)


*

L. van Beethoven

Sonata n.32 in Do minore op. 111

II tempo: Arietta (Adagio molto semplice e cantabile)


[parte 1 di 2]

[parte 2 di 2]

  1. 4 gennaio 2013 alle 08:30

    Hi would you mind letting me know which webhost you’re utilizing? I’ve loaded your blog in
    3 completely different browsers and I must say this blog loads a lot quicker then
    most. Can you recommend a good web hosting provider at a fair price?

    Thanks, I appreciate it!

  1. No trackbacks yet.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: