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Archive for febbraio 2010

Altra poesia dei doni

17 febbraio 2010 1 commento

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Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
una mappa del labirinto,
per il volto di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il duro diamante e l’acqua libera,
per l’algebra, palazzo di perfetti cristalli,
per le mistiche monete di Angelo Silesio,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per il fulgore del fuoco
che nessun uomo può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i rozzi mandriani che nella pianura
spronano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultimo giorno di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo si dissero
da una croce all’altra croce,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemoriali
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai in Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di quanto non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale di Germania,
per l’oro che splende nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso di bronzo,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
per il mattino in Texas,
per quel sivigliano che compose l’Epistola Morale,
e il cui nome, come avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per l’abitudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,
per la notte, le sua tenebra e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
per il fatto che la poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e varia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché ci metteva tanto a morire,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non enumero,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

(J. L. Borges)

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Madre

7 febbraio 2010 1 commento

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– La madre –

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

(G. Ungaretti)

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Le passanti

7 febbraio 2010 2 commenti

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– A una passante –


Urlava attorno a me la via assordante.

Lunga, sottile, in lutto, maestoso

dolore, alto agitando della gonna

il pizzo e l’orlo con fastosa mano,

una donna passò agilmente, nobile

con la sua gamba statuaria. Ed io,

come un folle, bevevo nel suo occhio

– livido cielo nel cui fondo romba

l’imminente uragano – la dolcezza

affascinante e il piacere che uccide.

Un lampo… poi la notte! – O fuggitiva

beltà, per il cui sguardo all’improvviso

sono rinato, non potrò vederti

che nell’eternità? In un altro luogo,

bel lontano di qui, e troppo tardi,

mai, forse! Perché ignoro dove fuggi,

e tu non sai dove io vado, o te

che avrei amata, o te che lo sapevi!

(C. Baudelaire)

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– Les passantes / Le passanti –

Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu’on aime
Pendant quelques instants secrets,
A celles qu’on connait à peine,
Qu’un destin différent entraîne
Et qu’on ne retrouve jamais.
Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.
A celle qu’on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre,
Et qui, preste, s’évanouit,
Mais dont la svelte silhouette
Est si gracieuse et fluette
Qu’on en demeure épanoui.
A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.
A la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysage,
Font paraître court le chemin;
Qu’on est seul, peut-être, à comprendre,
Et qu’on laisse pourtant descendre
Sans avoir effleuré la main.
Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.
A celles qui sont déjà prises,
Et qui, vivant des heures grises
Près d’un être trop différent,
Vous ont, inutile folie,
Laissé voir la mélancolie
D’un avenir désespérant.
A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.
Chères images aperçues,
Espérances d’un jour déçues,
Vous serez dans l’oubli demain;
Pour peu que le bonheur survienne,
Il est rare qu’on se souvienne
Des épisodes du chemin.
Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.
Mais si l’on a manqué sa vie
on songe avec un peu d’envie,
A tous ces bonheurs entrevus,
Aux coeurs qui doivent vous attendre,
Aux baisers qu’on n’osa pas prendre,
Aux yeux qu’on n’a jamais revus.
Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.
Alors, aux soirs de lassitude,
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir,
On pleure les lêvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l’on n’a pas su retenir.
Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

(A. Pol – Traduzione di F. De Andrè)

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G. Brassens, Les passantes

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F. De Andrè, Le passanti

Il Golem

1 febbraio 2010 4 commenti

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Se (come il greco afferma nel suo Cratilo)

la cosa ha il proprio archetipo nel nome,

la rosa è nelle lettere di rosa,

nella parola Nilo è tutto il Nilo.


E, fatto di vocali e consonanti,

sarà un tremendo Nome che l’essenza

di Dio compendi e che l’Onnipotenza

serbi in lettere e in sillabe precise.


Adamo lo conobbe nel Giardino,

e gli astri. Poi lo cancellò la ruggine

(dicono i cabalisti) del peccato

e le generazioni lo han perduto.


Le malizie dell’uomo e il suo candore

non hanno fine. Sappiamo che un tempo

il popolo di Dio cercò quel Nome

nelle lunghe vigilie dei suoi ghetti.


Diversamente da altre che una vaga

ombra insinuano nella vaga storia,

è ancora verde e viva la memoria

di Leon Giuda, che fu rabbino in Praga.


Smanioso di sapere quel che sa Dio,

Leon Giuda si provò in permutazioni

di lettere e in complesse variazioni

e infine disse il Nome che è la Chiave.


la Porta, l’Eco, l’Ospite e il Palazzo,

su un fantoccio plasmato con maldestre

mani, per istruirlo negli arcani

del Tempo, dello Spazio, delle Lettere.


Il simulacro alzò le sonnolenti

palpebre e scorse sagome e colori

che perduti in rumori non intese

e saggiò timorosi movimenti.


Poco a poco si vide prigioniero

(come noi) in un reticolo sonoro

di Prima, Dopo, Ieri, Mentre, Ora,

Destra, Sinistra, Io, Tu, Loro, gli Altri.


(il cabbalista che operò da nume

quella vasta creatura chiamò Golem;

son verità che riferisce Scholem

in un dotto passaggio del suo libro).


Gli spiegava il rabbino l’universo:

«questo è il mio piede, il tuo, la corda» e ottenne,

dopo diversi anni, che il perverso

spazzasse, bene o mal, la sinagoga.


Forse vi fu un errore di grafia

o di pronuncia del Divino Nome;

per quanto eccelsa la magia, non seppe

parlare mai quell’apprendista uomo.


I suoi occhi, di cane più che d’uomo,

e ancora più di cosa che di cane,

seguivano il rabbino per l’incerta

penombra delle stanze di quel carcere.


Un che di rozzo e bruto era nel Golem

giacché al suo passo il gatto del rabbino

si nascondeva (il gatto non è in Scholem

ma io, attraverso il tempo, lo indovino).


Elevando al suo dio mani filiali,

le devozioni del suo dio copiava

o, stupido e ridente, s’affannava

in concave moine orientali.


L’osservava il rabbino con dolcezza

e orrore. Come ho potuto (diceva)

mettere al mondo un sì penoso figlio

lasciando l’inazione che è saggezza?


Perché ho aggiunto all’infinita serie

ancora un simbolo? Perché altra causa,

altro effetto, altro dolore alla vana

matassa che in eterno si dipana?


In quell’ora che è angoscia e luce vaga

sul suo Golem lo sguardo soffermava.

Chi potrà dirci mai cosa provava

Dio nel guardare il suo rabbino in Praga?.

(J. L. Borges)

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