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Archive for the ‘Musica’ Category

Sogno ad occhi aperti (Correspondances)

9 aprile 2010 45 commenti

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G. Sollima, Sogno ad occhi aperti – Parte I (Terra-Aria)

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– Corrispondenze –


È un tempio la Natura ove viventi

pilastri a volte confuse parole

mandano fuori; la attraversa l’uomo

tra foreste di simboli dagli occhi

familiari. I profumi e i colori

e i suoni si rispondono come echi

lunghi che di lontano si confondono

in unità profonda e tenebrosa,

vasta come la notte ed il chiarore.

Esistono profumi freschi come

carni di bimbo, dolci come degli òboi,

e verdi come praterie; e degli altri

corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno

l’espansione propria alle infinite

cose, come l’incenso, l’ambra, il muschio,

il benzoino, e cantano dei sensi

e dell’anima i lunghi rapimenti.

(C. Baudelaire)

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G. Sollima, Sogno ad occhi aperti – Parte II

Le passanti

7 febbraio 2010 2 commenti

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– A una passante –


Urlava attorno a me la via assordante.

Lunga, sottile, in lutto, maestoso

dolore, alto agitando della gonna

il pizzo e l’orlo con fastosa mano,

una donna passò agilmente, nobile

con la sua gamba statuaria. Ed io,

come un folle, bevevo nel suo occhio

– livido cielo nel cui fondo romba

l’imminente uragano – la dolcezza

affascinante e il piacere che uccide.

Un lampo… poi la notte! – O fuggitiva

beltà, per il cui sguardo all’improvviso

sono rinato, non potrò vederti

che nell’eternità? In un altro luogo,

bel lontano di qui, e troppo tardi,

mai, forse! Perché ignoro dove fuggi,

e tu non sai dove io vado, o te

che avrei amata, o te che lo sapevi!

(C. Baudelaire)

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– Les passantes / Le passanti –

Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu’on aime
Pendant quelques instants secrets,
A celles qu’on connait à peine,
Qu’un destin différent entraîne
Et qu’on ne retrouve jamais.
Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.
A celle qu’on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre,
Et qui, preste, s’évanouit,
Mais dont la svelte silhouette
Est si gracieuse et fluette
Qu’on en demeure épanoui.
A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.
A la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysage,
Font paraître court le chemin;
Qu’on est seul, peut-être, à comprendre,
Et qu’on laisse pourtant descendre
Sans avoir effleuré la main.
Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.
A celles qui sont déjà prises,
Et qui, vivant des heures grises
Près d’un être trop différent,
Vous ont, inutile folie,
Laissé voir la mélancolie
D’un avenir désespérant.
A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.
Chères images aperçues,
Espérances d’un jour déçues,
Vous serez dans l’oubli demain;
Pour peu que le bonheur survienne,
Il est rare qu’on se souvienne
Des épisodes du chemin.
Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.
Mais si l’on a manqué sa vie
on songe avec un peu d’envie,
A tous ces bonheurs entrevus,
Aux coeurs qui doivent vous attendre,
Aux baisers qu’on n’osa pas prendre,
Aux yeux qu’on n’a jamais revus.
Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.
Alors, aux soirs de lassitude,
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir,
On pleure les lêvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l’on n’a pas su retenir.
Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

(A. Pol – Traduzione di F. De Andrè)

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G. Brassens, Les passantes

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F. De Andrè, Le passanti

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

19 gennaio 2010 2 commenti

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

(C. Pavese)

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La grande Notte

21 dicembre 2009 1 commento

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– La grande Notte –

Spesso ti contemplai attonito, alla finestra incominciata ieri

ti contemplai attonito. La città nuova mi era

quasi preclusa ancora e il paesaggio non persuaso in tenebra

si perdeva, come se io non fossi. Né le cose più vicine

si sforzavano d’essermi comprensibili. Su per il fanale

il vicolo saliva fino a me: ed era estraneo.

Di fronte, una stanza – affabile nel chiaro della lampada –

e già ero partecipe; ma se ne accorsero, chiusero le imposte.

Ero là. E un bambino pianse. Nelle case tutt’intorno sapevo

le madri quanto possono – e di tutte le lacrime

sapevo al tempo stesso le ragioni inconsolabili.

O una voce cantava, oltre l’attesa prolungandosi

ed  un vecchio, più in basso, tossiva

in tono di rimprovero, quasi il suo corpo avesse

ragione contro il mondo più clemente. Poi batté l’ora –

ma cominciai troppo tardi a contare e mi sfuggì. –

Come un fanciullo forestiero, se finalmente lo ammettono

al gioco, non afferra la palla e non sa alcuno

dei giochi così facili per gli altri;

se ne sta là guardando altrove – dove? – così stavo

e all’improvviso intesi che tu eri con me, con me giocavi,

notte adulta, e ti guardai attonito. Dove le torri irose rintoccavano,

dove ad un altro destino rivolta, m’era attorno

una città e montagne indecifrabili contro me si stendevano,

e un famelico ignoto in stretto cerchio attorniava

il barbaglio fortuito dei miei sentimenti -:

non fu vergogna allora,

per te, Alta, il conoscermi. M’avvolse il tuo respiro.

Diffuso ovunque in lontananze assorte,

mi penetrò il tuo sorriso.

(R. M. Rilke)

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Sigur Rós

Untitled #8 (Popplagið)

L’ultima Sonata

8 dicembre 2009 1 commento

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[…]«Perchè Beethoven non ha aggiunto un terzo tempo alla sonata per pianoforte, op. 111».

[…]

Interrogato in proposito dal domestico, Beethoven aveva risposto che non aveva avuto tempo, e perciò aveva preferito allungare un pochino la seconda parte. Non aveva avuto tempo! E con «calma» l’aveva detto. Evidentemente il disprezzo contenuto in quella risposta era passato inosservato, ma era giustificato dalla domanda.

[…]

Poi Kretzschmar parlò della sonata in do minore che certo non è facile da capire come opera armonica e spiritualmente ordinata, e che tanto per la critica contemporanea quanto per gli amici aveva costituito un arduo problema estetico. […] Davanti appunto a un plus ultra, nel quale sapevano scorgere solo una degenerazione di tendenze che il maestro perseguiva con un eccesso di speculazione, con minuziosità e scienza musicale esagerate – talora in una materia semplice come il tema dell’Arietta, svolto in quelle formidabili variazioni che formano il secondo tempo della sonata. E come il tema di questo tempo, attraverso cento destini, cento mondi di contrasti ritmici, finisce col perdersi in altitudini vertiginose che si potrebbero chiamare trascendenti o astratte – così l’arte di Beethoven aveva superato se stessa: dalle regioni abitabili e tradizionali si era sollevata, davanti agli occhi sbigottiti degli uomini, nelle sfere della personalità – a un io dolorosamente isolato nell’assoluto, escluso anche, causa la sordità, dal mondo sensibile: sovrano solitario di un regno spirituale dal quale erano partiti brividi rimasti oscuri persino ai più devoti del suo tempo, e nei cui terrificanti messaggi i contemporanei avevano saputo raccapezzarsi solo per istanti, solo per eccezione.

[…]

Poi sedette al pianino e ci suonò a memoria tutta la composizione, il primo e il formidabile secondo tempo, inserendovi continuamente i commenti e accompagnandola qua e là col canto entusiastico dimostrativo per farci ben notare la linea; e tutto insieme era uno spettacolo travolgente per un verso, comico per un altro, e accolto infatti spesso con ilarità dal piccolo uditorio.

[…]

Infine posò le mani in grembo, riposò un istante, disse: – Adesso viene il bello – e incominciò il tempo con variazioni l’«adagio molto, semplice e cantabile».

Il tema dell’Arietta destinato a subire avventure e peripezie per le quali nella sua idillica innocenza proprio non sembra nato, si annuncia subito e si esprime in sedici battute riducibili a un motivo che si presenta alla fine della prima metà, simile a un richiamo breve e pieno di sentimento – tre sole note: una croma, una semicroma e una semiminima puntata che si possono scandire come «Pu-ro ciel» oppure «Dol-ce amor» oppure «Tem-po fu» oppure «Wie-sengrund»: e questo è tutto. Il successivo svolgimento ritmico-armonico-contrappuntistico di questa dolce enunciazione, di questa frase malinconicamente tranquilla, le benedizioni e le condanne che il maestro le impone, le oscurità e le chiarità eccessive, le sfere cristalline nelle quali la precipita e alle quali la innalza, mentre gelo e calore, estasi e pace sono una cosa sola: tutto questo potrà dirsi prolisso o magari strano e grandiosamente eccessivo, senza che per questo se ne sia trovata la definizione, poichè, a guardar bene, essa è indefinibile; e Kretzschmar ci suonava con mani febbrili tutte quelle spettacolose variazioni cantando forte: «Lil-lala» e gridando mentre suonava:

– I trilli a catena! Le fioriture e le cadenze! sentite la convenzionalità che vi è mantenuta? Qui… la lingua… non è più… liberata dalla retorica… ma la retorica… dalla parvenza… del suo dominio soggettivo, infine la parvenza dell’arte… è eliminata… l’arte elimina sempre… la parvenza dell’arte. Lillala! Vi prego di ascoltare… come la melodia… sia sopraffatta dal peso degli accordi… nel passo imitato. Diventa statica… diventa monotona… ecco due volte il re, tre volte il re di seguito… ci pensano gli accordi… lil-lala… vi prego di badare a questo punto…

Era enormemente difficile ascoltare nel contempo le sue grida e la musica complicatissima entro la quale le mescolava. Tutti cercavamo di farlo con grande sforzo, chini in avanti, le mani fra le ginocchia, guardando ora le dita ora la bocca. La caratteristica di questo tempo è infatti il grande distacco fra il basso e il canto, fra la mano destra e la sinistra, e c’è un momento, una situazione estrema in cui sembra che quel povero motivo rimanga sospeso, abbandonato e solitario sopra un abisso vertiginoso – un istante di pallida elevazione cui segue subito una paurosa umiliazione, quasi un trepido sgomento per il fatto che una cosa simile abbia potuto accadere. Ma molte cose accadono ancora prima che si arrivi in fondo. E quando ci si arriva e mentre ci si arriva, dopo tanta collera e ossessione e insistenza temeraria, avviene alcunché di inaspettato e commovente nella sua dolcezza e bontà. Il ben noto motivo che prende commiato e diventa una voce e un cenno di addio, questo re-sol sol subisce una lieve modificazione, prende un piccolo ampliamento melodico. Dopo un do iniziale accoglie, prima del re, un do diesis, di modo che non lo si scandisce più «Pu-ro ciel» o «Tem-po fu», bensì «Oh-tu, puro ciel» o «Già-un tempo fu»; e questo do diesis aggiunto è l’atto più  commovente, più consolatore, più malinconico e conciliante che si possa dare. È come una carezza dolorosamente amorosa sui capelli, su una guancia, un ultimo sguardo negli occhi, quieto e profondo. È la benedizione dell’oggetto, è la frase terribilmente inseguita e umanizzata in modo che travolge e scende nel cuore di chi ascolta come un addio, un addio per sempre, così dolce che gli occhi si empiono di lacrime. «Non pen-sare al mal!» dice. «Dio fu – sempre in noi.» «Tutto un – sogno fu.» «Mi vuoi – sempre ben.» Poi finisce. Un seguito di terzine veloci e dure si affretta a formare una conclusione qualunque, che potrebbe benissimo stare alla fine di altri tempi.

Dopo di che Kretzschmar non ritornò dal pianino alla cattedra. Volto verso di noi, rimase seduto sullo sgabello girevole, nello stesso nostro atteggiamento, chino in avanti, le mani fra le ginocchia, e conchiuse con poche parole la conferenza sul quesito: perchè Beethoven non abbia aggiunto un terzo tempo all’op. 111.

Dopo aver udito, disse, tutta la sonata potevamo rispondere da soli a questa domanda.

– Un terzo tempo? una nuova ripresa… dopo questo addio? Un ritorno… dopo questo commiato? – Impossibile. Tutto era fatto: nel secondo tempo, in questo tempo enorme la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E se diceva «la sonata» non alludeva soltanto a questa, alla sonata in do minore, ma intendeva la sonata in genere come forma artistica tradizionale: qui terminava la sonata, qui essa aveva compiuto la sua missione, toccato la meta oltre la quale non era possibile andare, qui annullava se stessa e prendeva commiato – quel cenno d’addio del motivo re-sol sol, confortato melodicamente dal do diesis, era un addio anche in questo senso, un addio grande come l’intera composizione, il commiato della Sonata.

(T. Mann, Doctor Faustus, VIII)


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L. van Beethoven

Sonata n.32 in Do minore op. 111

II tempo: Arietta (Adagio molto semplice e cantabile)


[parte 1 di 2]

[parte 2 di 2]

Inno alla Notte

24 novembre 2009 2 commenti

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– III –

Un giorno che io versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in angusto oscuro spazio la forma della mia vita – solitario, come non era mai stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile – senza forze, non più che l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo intorno in cerca d’aiuto, non potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta, con nostalgia infinita: – allora venne dalle azzurre lontananze: – dalle alture della mia antica beatitudine un brivido crepuscolare – e d’un tratto si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre e il mio cordoglio con essa – confluì la malinconia in un nuovo e imperscrutabile mondo – tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada si sollevò poco poco: sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere – attraverso la nube vidi i tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità – io afferrai le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. – Fu il primo, unico sogno – e solo d’allora sentii eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

(Novalis, Inni alla Notte)

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M. Feldman, Rothko Chapel 1

Spiegel im Spiegel

12 novembre 2009 Lascia un commento

O. Kokoschka, La sposa del vento

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E lo sognavo, e lo sogno,
e lo sognerò ancora, una volta o l’altra,
e tutto si ripeterà, e tutto si realizzerà,
e sognerete tutto ciò che mi apparve in sogno.

Là, in disparte da noi, in disparte dal mondo
un’onda dietro l’altra si frange sulla riva,
e sull’onda la stella, e l’uomo, e l’uccello,
e il reale, e i sogni, e la morte: un’onda dietro l’altra.

Non mi occorrono le date: io ero, e sono e sarò.
La vita è la meraviglia delle meraviglie, e sulle ginocchia della meraviglia
solo, come orfano, pongo me stesso

solo, fra gli specchi, nella rete dei riflessi
di mari e città risplendenti tra il fumo.
E la madre in lacrime si pone il bimbo sulle ginocchia.

(Arsenij Tarkovskij)

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