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Archive for the ‘Pittura’ Category

..dall’immobile viaggio (‘Diceria dell’untore’)

4 gennaio 2011 10 commenti

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Ma chi potrà scordarsi dei compagni di prigionia, del fuoco che li spingeva, nelle prime ore dell’alba, in pigiama com’erano, a scendere in giardino per piangere finalmente da soli, con la guancia premuta contro la spalliera di una panchina; chi potrà levarsi dalla mente le loro facce malrasate, mentre le coglie e disorienta l’indorarsi fulmineo del mondo, al di là del muro di cinta?

Bastava talvolta, tra sonno e veglia, un fischio di treno addolcito dalla distanza, oppure il cigolìo dei carri di zolfo in fila per la collina, e si balzava col cuore in tumulto, seduti sul letto, a origliare le invidiate informazioni e le leggende di quella stella infedele in cui s’era trasformata la terra. Che cosa racconta un treno, un carro che va, fra bivacchi e lune sull’aia, lungo profumi d’aranci e paesi, in una notte d’estate? Niente, eppure so di occhi sbarrati nel buio, che non avevano altra vacanza se non di sorprendere, al séguito di quelle ruote, qualche guizzo di vita durante la via: un vecchio che prende il fresco, due teste che si parlano sotto il lume della cena…

Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi, chi può dirlo, e tuttavia non delusi del nostro bottino di nuvole, l’unico che la sorte non aveva facoltà di vietarci.

[…]

(G. Bufalino, Diceria dell’untore)

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Preghiera del Clown

27 dicembre 2010 5 commenti

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– PREGHIERA DEL CLOWN –

(Totò, Il più comico spettacolo del mondo, 1953)

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L’uomo e il mare (O lottatori eterni, o implacabili fratelli)

17 dicembre 2010 2 commenti

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L’UOMO E IL MARE

 

Sempre il mare, uomo libero, amerai!

perché il mare è il tuo specchio; tu contempli

nell’infinito svolgersi dell’onda

l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito

non meno amaro. Godi nel tuffarti

in seno alla tua immagine; l’abbracci

con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore

si distrae dal suo suono al suon di questo

selvaggio ed indomabile lamento.

Discreti e tenebrosi ambedue siete:

uomo, nessuno ha mai sondato il fondo

dei tuoi abissi, nessuno ha conosciuto,

mare, le tue più intime ricchezze,

tanto gelosi siete d’ogni vostro

segreto. Ma da secoli infiniti

senza rimorso né pietà lottate

fra voi, talmente grande è il vostro amore

per la strage e la morte, o lottatori

eterni, o implacabili fratelli!

(C. Baudelaire)

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Il fiore blu

16 novembre 2010 3 commenti

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Ogni vero inizio è un secondo momento.

(Novalis)

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Sognaci, Dio del nostro sogno!

18 maggio 2010 8 commenti

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La vita è sogno!

Sarà forse sogno anch’esso, Dio mio, questo Tuo Universo, del quale Tu sei la Coscienza eterna e infinita? Sarà un Tuo sogno? E non può essere che Tu ci stia ora sognando? Saremo sogno, un sogno Tuo, noi sognatori della vita? E se così fosse, che mai sarà dell’Universo tutto; che sarà di noi; che sarà di me, quando Tu, Dio della mia vita, Ti desterai?

Sognaci, Signore!

E non avverrà forse che Tu Ti desti per i buoni, proprio quando essi, nel transito della morte, si destano dal sogno della vita? Possiamo forse noi, poveri sogni sognatori, sognare quel che possa essere la veglia dell’uomo nell’eterna Tua veglia, Dio nostro? Non sarà la bontà uno splendore di veglia nelle oscurità del sonno? Meglio che indagare sul Tuo e sul nostro sogno, scrutando l’Universo e la vita, meglio mille volte fare il bene, …ché non si perde il far bene, neanche in sogno. Meglio che investigare se son mulini o giganti quelli che ci appaiono paurosi e malvagi, è seguire la voce del cuore e assaltarli, ché ogni generoso slancio trascende il sogno della vita.

Dalle nostre azioni e non dalle nostre contemplazioni trarremo saggezza.

Sognaci, Dio del nostro sogno.


(M. de Unamuno, Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, LXXIV)

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Disiecta (Beckett e i Van Velde) – III

8 maggio 2010 2 commenti

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[…]

D. – Sarebbe troppo chiederle di delineare ancora una volta, nel modo più semplice possibile, la situazione e l’azione che lei ritiene proprie di [Bram] van Velde?

B. – La situazione è quella di chi è disorientato, non può agire, di fatto non può dipingere, essendo obbligato a dipingere. L’azione è quella di chi, disorientato, incapace di agire, agisce, di fatto dipinge, essendo obbligato a dipingere.

D. – Perché obbligato a dipingere?

B. – Non lo so.

D. – Perché è disorientato nel dipingere?

B. – Perché non c’è nulla da dipingere e nulla con cui dipingere.

D. – E il risultato, secondo lei, è un’arte di un nuovo genere?

B. – Tra quelli che chiamiamo grandi artisti non mi viene in mente nessuno il cui interesse non fosse principalmente rivolto alle proprie possibilità espressive, quelle del proprio mezzo, dell’umanità. Il presupposto implicito di ogni genere di pittura è che il regno dell’artefice è il regno del fattibile. Il molto da esprimere, il poco da esprimere, l’abilità di esprimere molto, l’abilità di esprimere poco, si fondono nella comune ansietà di esprimere il più possibile, o nel modo più veritiero possibile, o il meglio che sia possibile, al meglio delle proprie capacità. Che cosa…

D. – Un momento. Intende dire che la pittura di van Velde è inespressiva?

B. – (Due settimane dopo). Sì.

D. – Si rende conto dell’assurdità di ciò che sta dicendo?

B. – Spero di sì.

D. – Ciò che lei dice può essere riassunto così: la forma di espressione nota come pittura, dato che per oscure ragioni siamo obbligati a parlare di pittura, ha dovuto attendere van Velde per sbarazzarsi del malinteso in base al quale ha operato così a lungo e così mirabilmente, ovverosia che la sua funzione fosse di esprimere, per mezzo della pittura.

B. – Altri hanno ritenuto che l’arte non sia necessariamente espressione. Ma i numerosi tentativi fatti per rendere la pittura indipendente dalla sua occasione sono riusciti solo ad ampliare il suo repertorio. Io dico che van Velde è il primo la cui pittura sia orbata, priva se preferisce, di occasione in ogni forma e figura, tanto ideale quanto materiale, e il primo le cui mani non sono state immobilizzate dalla certezza che l’espressione è un atto impossibile.

[…]

B. – […] La storia della pittura, ed eccoci di nuovo al punto, è la storia dei suoi tentativi di sfuggire al suo senso del fallimento, mediante rapporti più autentici, più ampi, meno esclusivi, tra chi rappresenta e ciò che viene rappresentato, in una specie di tropismo verso una luce sulla cui natura le opinioni più mediate continuano a cambiare, e con una specie di terrore pitagorico, come se la razionalità del p greco fosse un’offesa contro la divinità, per non parlare della sua creatura. La mia tesi, dato che seggo sul banco degli imputati, è che van Velde è il primo a desistere da questo automatismo estetizzato, il primo a sottomettersi completamente alla incoercibile assenza di rapporto, in assenza dei termini o, se preferisce, in presenza di termini non disponibili, il primo a riconoscere che essere un artista significa fallire, come nessun altro osa fallire, che il fallimento è il suo mondo e ciò che gli impedisce di disertare, è arte e tecnica, la sua economia domestica, il suo modo di vivere.

No, no, mi conceda di finire.

So che ora per portare a una conclusione accettabile anche questa orribile storia, occorre fare di questa sottomissione, di questa fedeltà al fallimento, una nuova occasione, un nuovo termine di rapporto, e dell’atto che egli compie, incapace d’agire, obbligato ad agire, fare un atto espressivo, anche se espressivo solo dell’atto stesso, della sua impossibilità, del suo obbligo.

[…]

(S. Beckett, Disiecta)

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Disiecta (Beckett e i Van Velde) – II

7 maggio 2010 2 commenti

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L’oggetto della rappresentazione resiste sempre alla rappresentazione […].

Il primo assalto fatto all’oggetto catturato, indipendentemente dalle sue qualità, nella sua indiffrerenza, inerzia, latenza, ecco una definizione della pittura moderna che forse non è più ridicola delle altre. […]

Il Cristo di Rouault, la natura morta più cinese di Matisse, un conglomerato di Kandinskij del 1943 o del 1944 sono nati dallo stesso sforzo, quello di esprimere in quale senso un clown, una mela e un quadrato rosso fanno parte di un’unità, e dello stesso smarrimento, di fronte alla resistenza che impedisce a questa unicità di essere espressa. Perché costituiscono un’unità in questo, che sono cose,la cosa, la cosità. Sembra assurdo parlare come faceva Kandinskij, di una pittura liberata dall’oggetto. La pittura si è liberata  dell’illusione che esista più di un oggetto di rappresentazione, forse anche dell’illusione che questo unico oggetto si lasci rappresentare.

[…] Perché che cosa resta di rappresentabile se l’essenza dell’oggetto consiste nel sottrarsi alla rappresentazione?

Restano da rappresentare le condizioni di questo sottrarsi […].

[…] È dipinto ciò che impedisce di dipingere.

[…]

Uno svelamento senza fine, velo dietro velo, piano su piano di trasparenze imperfette, uno svelamento verso ciò che non si svela, il nulla, di nuovo la cosa.

[…]

La pittura dei van Velde emerge, libera da ogni preoccupazione critica, da una pittura di critica e di rifiuto, rifiuto di accettare come dato il vecchio rapporto soggetto-oggetto.

[…]

A partire da questo momento restano tre vie che la pittura può imboccare. La via del ritorno alla vecchia ingenuità, attraverso l’inverno del suo abbandono, la via dei pentiti. Poi la via che non è più una via, bensì un ultimo tentativo di vivere nel paese conquistato. E infine la via in avanti di una pittura che si preoccupa poco sia di una convenzione superata sia delle ieraticità e dei preziosismi delle inchieste superflue, pittura d’accettazione, che intravede nell’assenza di rapporto e nell’assenza di oggetto, il nuovo rapporto e il nuovo oggetto, via che si biforca nelle opere di Bram e Geer van Velde.

(S. Beckett, Disiecta)

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