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L’idiota e il Cristo di Holbein

2 marzo 2010 40 commenti

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Sopra la porta che metteva nella stanza seguente era appeso un quadro di forma alquanto singolare: lungo circa due metri e alto non più di trenta centimetri. Raffigurava il Salvatore appena deposto dalla croce. Il principe vi gettò uno sguardo di sfuggita, come ricordandosi di qualche cosa, senza fermarsi però, e si avviò verso la porta. Si sentiva oppresso e voleva uscire in fretta da quella casa. Ma Rogožin a un tratto si fermò davanti al quadro. […]

– Mi piace guardare quel quadro, – mormorò, dopo un po’ di silenzio, Rogožin […].

– Quel quadro! – esclamò il principe, colpito da un pensiero subitaneo: – quel quadro! Ma quel quadro a più d’uno potrebbe far perdere la fede!

[…]

Con che aria tetra Rogožin aveva detto poco fa che «perdeva la fede»! Quell’uomo doveva soffrire profondamente. Diceva che «gli piaceva guardare quel quadro»: no, non gli piaceva, ma sentiva il bisogno di guardarlo. Rogožin non era solo un’anima appassionata, era un lottatore: voleva riconquistare per forza la fede perduta. Ne aveva bisogno fino al tormento… Sì, credere in qualche cosa! credere in qualcuno! Eppure come era strano quel quadro di Holbein.

[…]

Quando poi mi alzai per chiudere la porta a chiave dopo che egli era uscito, mi tornò in mente all’improvviso un quadro che avevo veduto poco prima da Rogožin, in una delle sale più tetre della sua casa, sopra ad una porta. Egli stesso me l’aveva mostrato passando, e io ero rimasto cinque minuti a osservarlo. Non aveva niente di bello dal lato artistico, ma suscitò in me una strana inquietudine.

«Il quadro raffigurava un Cristo appena tolto dalla croce. Mi sembra che i pittori abbiano preso l’andazzo di raffigurare il Cristo, sia crocifisso, sia deposto dalla croce, con un volto sempre ancora soffuso di straordinaria bellezza: una bellezza che essi cercano di conservargli anche fra i più orribili strazi. Nel quadro di Rogožin, invece, di bellezza nemmeno la traccia: era in tutto e per tutto il cadavere di un uomo che ha patito infiniti strazi ancora prima di venir crocifisso: ferite, torture, percosse delle guardie, percosse del popolo mentre portava la croce e quando cadde sotto il suo peso; e infine, per sei ore (secondo il mio calcolo almeno), il supplizio della crocifissione. È vero che il viso era quello di un uomo appena tolto dalla croce, e cioè conservava  in sé molto di vivo, di caldo; nessun tratto aveva avuto il tempo d’irrigidirsi, tanto che sul viso del morto traspariva anche la sofferenza, come se egli la sentisse tutt’ora (questo era stato colto assai bene dall’artista); quel viso però non era stato risparmiato per nulla: era la natura stessa; e in verità così deve essere il cadavere di un uomo, chiunque egli sia. […] Nel quadro il viso era orrendamente sfigurato dai colpi, enfiato, con tremendi lividi sanguinolenti e gonfi, occhi dilatati, pupille stravolte; il bianco degli occhi, vasto, scoperto, luceva in un certo riflesso vitreo, cadaverico. Ma, cosa strana, mentre guardi quel corpo di un uomo straziato, ti sorge in mente un songolare e curioso quesito: se tutti i Suoi discepoli, i Suoi futuri apostoli, le donne che Lo seguivano e che stavano presso la croce, e tutti quelli che in lui credevano e Lo adoravano, videro realmente un cadavere in quelle condizioni (e doveva certo essere in quelle precise condizioni), come mai poterono credere, contemplandolo, che quel martire sarebbe risorto? Involontariamente vien fatto di pensare: se la morte è così orrenda, e se le leggi di natura sono così forti, come fare a vincerle? Come vincerle, se non ne trionfò nemmeno Colui che in vita Sua trionfava anche della natura, Colui che ordinò: “Talitha cumi!“, e la fanciulla si levò, “Lazzaro, esci fuori!” e il morto uscì fuori? Guardando quel quadro la natura appare sotto l’aspetto di una belva immane, spietata e muta, o piuttosto, per essere più precisi, benché ciò riesca strano, di una imensa macchina di nuovissima costruzione che abbia assurdamente afferrato, maciullato e inghiottito, sorda e insensibile, un Essere sublime ed inestimabile: un Essere che da solo valeva l’intera natura con tutte le sue leggi, tutta la terra, la quale forse fu creata unicamente perché quell’Essere vi facesse la sua apparizione! Da quel quadro pareva esprimersi, e comunicarsi involontariamente a te, questo concetto appunto di forza oscura, insolente ed assurdamente eterna, a cui tutto è soggetto. Gli uomini che circondavano il morto, dei quali non uno figurava nel quadro, dovettero sentire in quella sera, che aveva annientato di colpo tutte le loro speranze e forse anche la loro fede, un’angoscia e una costernazione terribile. Dovettero separarsi pieni di un immenso terrore, pur recando ciascuno in sé un’idea formidabile, che mai più sarebbe stato possibile strappar loro. E lo stesso Maestro, se, alla vigilia del supplizio, avesse potuto veder la propria immagine, sarebbe Egli salito sulla croce e sarebbe morto come morì? Anche questa domanda ti si affaccia involontariamente, se guardi quel quadro.

«Tutto ciò si affacciò anche alla mia mente in forma frammentaria, forse mentre avevo veramente il delirio, e qualche volta persino in figurazioni precise, ancora per un’ora e mezzo dopo che Kolja era andato via. Può mai apparire l’immagine di ciò che è informe? Eppure di tanto in tanto mi sembrava di vedere, in una strana ed inconcepibile forma, quella forza infinita, quell’essere sordo, oscuro e muto. Avevo l’impressione, mi ricordo, che qualcuno, presomi per il braccio e tenendo una candela in mano, mi mostrasse una enorme e ripugnante tarantola, e mi assicurasse ch’era quello l’essere oscuro, sordo e onnipotente, e ridesse della mia indignazione.

(F. M. Dostoevskij, L’idiota)

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