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Il dio morente (..If sorrow had not made Sorrow more beautiful than Beauty’s self)

3 gennaio 2010 Lascia un commento

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In fondo a triste e ombrosa valle

lontano dal fresco fiato del mattino,

dal fiero meriggio, dalla stella del vespro,

era Saturno dai capelli grigi: un quieto sasso,

un silenzio immoto a cerchio del suo covo,

foresta su foresta sospese sul suo capo

come nube su nube. Né fruscio d’aria,

né vita quanta in un giorno estivo

ruba un lieve seme a piume d’erba,

ma dove cade la morta foglia resta.

Un rivo fluiva muto, ancora più cheto

perché la caduta divinità spandeva

ombra: la Naiade tra le canne

il freddo dito premeva sulle labbra.


Sulla renosa riva grandi orme correvano,

non oltre dove vagò il suo passo, e lì dormiva.

Su terra umida posava la vizza mano,

sfibrata, fiacca, morta, senza scettro;

e gli occhi spodestati chiusi;

mentre a capo chino forse Terra ascoltava,

l’antica madre, ancora per conforto.


Sembrava che nessuna forza l’avrebbe smosso,

ma venne colei che con mano sorella

toccò le ampie spalle, dopo un inchino

reverente a chi non s’avvedeva.

Era una Dea del mondo infante;

per statura a suo petto l’alta Amazzone

un pigmeo sarebbe: ghermire potrebbe

Achille per la chioma e piegargli il collo;

o con un dito fissare la ruota d’Issione.

Il volto largo come sfinge di Menfi,

sopra un piedistallo forse in corte regia,

quando i saggi all’Egitto chiedevano lume.

Ma oh! quanto diverso dal marmo era quel volto:

quanto bello se il dolore non avesse fatto

Dolore più bello di Bellezza stessa.

[…]

(J. Keats, Hyperion, I)

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