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L’uomo che ascoltava le pietre

13 marzo 2010 4 commenti

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Sono di nuovo dal mio amico paralitico. Sorride in quel suo modo tutto particolare:

«Non mi ha ancora raccontato nulla dell’Italia».

«Sarebbe a dire che dovrei al più presto recuperare il tempo perduto?».

Ewald annuisce e già socchiude gli occhi, pronto all’ascolto. Allora comincio:

«Ciò che noi percepiamo come primavera, Dio lo vede scorrere sulla terra come un sorriso fugace. La terra sembra ricordarsi di qualcosa di cui narrerà poi a tutti durante l’estate, fino a quando si farà più saggia, durante il grande silenzio autunnale con il quale si confida ai solitari. Tutte le primavere che lei e io abbiamo vissuto, prese tutte insieme, non bastano a colmare un solo istante del tempo di Dio. La primavera di cui Dio deve accorgersi non può rimanere solo sugli alberi e sui prati, deve, in qualche modo, diventare presente nel cuore degli uomini, perché, per così dire, non fluisce nel tempo, ma piuttosto dentro l’eternità e alla presenza di Dio.

Quando questo accadde una volta, lo sguardo di Dio con le sue ali scure dovette rimanere sospeso sopra Italia. Al di sotto, la terra era chiara, il tempo risplendeva come oro, ma di traverso sulla penisola si allungava l’ombra scura e pesante di un uomo robusto. Poco distante, davanti a lui, era l’ombra delle sue mani creatrici, inquiete, vibranti: ora protese su Pisa, ora su Napoli, ora fluttuanti sopra l’incerto moto del mare. Dio non riusciva a distogliere il suo sguardo da queste mani che dapprima gli erano apparse giunte, in gesto di preghiera… ma la preghiera che ne scaturiva le spingeva lontano l’una dall’altra. Si fece silenzio nei cieli. Tutti i santi seguivano con lo sguardo Dio e come lui osservavano l’ombra che avvolgeva mezza Italia, mentre il canto degli angeli rimaneva immobile sui loro volti. Le stelle tremavano temendo di aver mancato in qualcosa e attendevano, umilmente, i rimproveri di Dio. Ma non accadde nulla di simile. Sopra l’Italia i cieli si erano dischiusi in tutta la loro vastità, così che a Roma Raffaello era caduto in ginocchio, mentre su una nuvola il beato Fra’ Angelico da Fiesole ne gioiva. Molte preghiere si levarono in quell’ora dalla terra. Ma Dio ne riconobbe una soltanto: la forza di Michelangelo saliva sino a lui come profumo di vigneti. Ed egli lasciò che essa riempisse tutti i suoi pensieri. Si chinò ancor più verso il basso, trovò l’uomo che stava creando, guardò oltre le sue spalle verso le mani che stavano ascoltando la pietra e si spaventò. Vi era forse un’anima anche nelle pietre? Perché quell’uomo spiava la voce delle pietre? Ed ecco che le mani gli si destarono e iniziarono a scavare nella pietra come fosse stata una tomba dentro alla quale tremola una debole voce morente:

“Michelangelo” gridò Dio in grande apprensione “chi c’è nella pietra?”.

Michelangelo tese l’orecchio, le sue mani tremarono. Poi rispose con voce cupa:

“Tu, mio Dio, chi altri? Ma io non posso giungere sino a te”

E allora Dio sentì che era anche dentro la pietra e tutto gli apparve pauroso e angusto. Il cielo intero era solo una pietra e lui vi era rinchiuso dentro e sperava nelle mani di Michelangelo che lo liberassero e le sentì giungere, ma erano ancora lontane. Tuttavia il maestro era nuovamente chino sulla sua opera. E continuava a pensare:

“Sei solo un piccolo blocco, e un altro farebbe fatica a scoprire una figura umana dentro di te. Ma io qui sento una spalla: è quella di Giuseppe d’Arimatea, e qui Maria si china, sento le sue mani tremanti che sostengono Gesù, nostro Signore, appena spirato sulla croce. Se in questo piccolo blocco di marmo trovano spazio queste tre figure, perché non potrei trarre da una rupe un’intera stirpe dormiente?”

E con possenti colpi liberò le tre figure della Pietà, ma da quei volti non tolse del tutto i veli di pietra, quasi temendo che la loro profonda tristezza potesse avvolgere le sue mani, paralizzandole. Così si rifugiò in un’altra pietra. Ma ogni volta rinunciava a dare a una fronte la piena chiarezza, a una spalla la più pura rotondità, e quando creava una figura femminile non posava il sorriso definitivo sulla sua bocca, affinché non ne venisse svelata completamente la bellezza.

A quel tempo stava progettando il monumento funebre a Giulio della Rovere. Voleva elevare una montagna sopra la tomba del Pontefice di ferro e scolpirvi sopra un’intera stirpe che la popolasse. Tutto preso da piani ancora oscuri si recò alla sua cava di marmo. Il pendio si snodava lungo un povero villaggio. Incorniciate da olivi e da pietrame antico, le lastre staccate di recente apparivano come un ampio volto pallido sotto una chioma che andava imbiancandosi. A lungo Michelangelo rimase a guardare la fronte di un viso ancora nascosta dal marmo. All’improvviso scorse, lì sotto, due giganteschi occhi di pietra che lo osservavano. E sotto l’influsso di quello sguardo Michelangelo sentì la sua figura crescere sempre di più. Ora si elevò anche lui sopra la terra, ed era come se da un’eternità stesse – da fratello – di fronte a quella montagna. La vallata arretrò dinanzi a lui come davanti a uno che si stia inerpicando, le capanne si strinsero le une alle altre come  greggi, e più vicino e familiare apparve allora il volto di roccia sotto bianchi veli di pietra. Aveva un’espressione di attesa, immobile e tuttavia sul punto di muoversi. Michelangelo pensò:

“Non ti si può frantumare, tu sei una cosa sola”.

Poi alzò la voce:

“A te voglio dare una forma, tu sei la mia opera”.

E si volse per tornare a Firenze. Vide una stella e il campanile del Duomo. E ai suoi piedi si era fatta sera.

Ad un tratto, a Porta Romana, esitò. Le due file di case si protendevano verso di lui simili a due braccia e già lo avevano catturato, traendolo dentro la città. E le viuzze si facevano sempre più strette e colme di crepuscolo, e quando entrò nella sua casa seppe di essere chiuso fra mani buie alle quali non poteva sottrarsi. Si rifugiò nella sala e poi nella piccola stanza, lunga appena due passi, nella quale era solito scrivere. Le pareti gli si appoggiarono addosso ed era come se lottassero con le sue dimensioni smisurate e lo ricacciassero nella vecchia, stretta figura. Ed egli lo accettò. Si piegò sulle ginocchia e si lasciò plasmare da loro. Sentì dietro di sé un’umiltà mai provata sino a quell’istante ed ebbe persino il desiderio di essere in qualche modo piccolo. E giunse una voce:

“Michelangelo, chi c’è in te?”.

E l’uomo nella minuscola stanza posò la fronte pesante sulle mani e disse sommessamente:

“Tu, mio Dio, chi altri?”.

Ed ecco farsi spazio intorno a Dio che risollevò liberamente il volto proteso sopra l’Italia e volse lo sguardo intorno: c’erano i santi con mantelli e mitrie e gli angeli incedevano fra le stelle assetate con i loro canti simili a brocche colme di lucente acqua sorgiva, e non vi era limite al cielo».


Il mio amico paralitico sollevò gli occhi e lasciò che le nubi della sera li conducessero con sé oltre il cielo.

«Dio è dunque

Chiese. Tacqui. Poi mi chinai su di lui:

«Ewald, siamo noi forse qua?».

E ci tenemmo affettuosamente per mano.

(R. M. Rilke, Storie del buon Dio)

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La grande Notte

21 dicembre 2009 1 commento

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– La grande Notte –

Spesso ti contemplai attonito, alla finestra incominciata ieri

ti contemplai attonito. La città nuova mi era

quasi preclusa ancora e il paesaggio non persuaso in tenebra

si perdeva, come se io non fossi. Né le cose più vicine

si sforzavano d’essermi comprensibili. Su per il fanale

il vicolo saliva fino a me: ed era estraneo.

Di fronte, una stanza – affabile nel chiaro della lampada –

e già ero partecipe; ma se ne accorsero, chiusero le imposte.

Ero là. E un bambino pianse. Nelle case tutt’intorno sapevo

le madri quanto possono – e di tutte le lacrime

sapevo al tempo stesso le ragioni inconsolabili.

O una voce cantava, oltre l’attesa prolungandosi

ed  un vecchio, più in basso, tossiva

in tono di rimprovero, quasi il suo corpo avesse

ragione contro il mondo più clemente. Poi batté l’ora –

ma cominciai troppo tardi a contare e mi sfuggì. –

Come un fanciullo forestiero, se finalmente lo ammettono

al gioco, non afferra la palla e non sa alcuno

dei giochi così facili per gli altri;

se ne sta là guardando altrove – dove? – così stavo

e all’improvviso intesi che tu eri con me, con me giocavi,

notte adulta, e ti guardai attonito. Dove le torri irose rintoccavano,

dove ad un altro destino rivolta, m’era attorno

una città e montagne indecifrabili contro me si stendevano,

e un famelico ignoto in stretto cerchio attorniava

il barbaglio fortuito dei miei sentimenti -:

non fu vergogna allora,

per te, Alta, il conoscermi. M’avvolse il tuo respiro.

Diffuso ovunque in lontananze assorte,

mi penetrò il tuo sorriso.

(R. M. Rilke)

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Sigur Rós

Untitled #8 (Popplagið)

Mont Sainte-Victoire

18 dicembre 2009 5 commenti


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Dimmi, qual è il tuo compito, Poeta?

– Io celebro.

Ma il Mostruoso e il Micidiale,

come lo accetti, come lo sopporti?

– Io celebro.

Ma il Senzanome, ma l’Anonimo,

come, Poeta, tuttavia lo nomini?

– Io celebro.

Donde trai il tuo diritto d’esser vero

in ogni maschera, in ogni costume?

– Io celebro.

E come può la quiete ed il furore

conoscerti, la stella e la tempesta?

: – perché io celebro.

(R. M. Rilke)

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Orfeo. Variazioni sul tema – II (Rilke)

10 novembre 2009 Lascia un commento

M. Chagall, Orpheus

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– Orfeo. Euridice. Ermete –

Era la prodigiosa miniera delle anime.
Come vene d’argento silenziose
scorrevano il suo buio. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini
e greve come porfido appariva nel buio.
Di rosso altro non c’era.

Rupi c’erano,
selve incorporee e ponti sul vuoto
e quell’enorme, grigio, cieco stagno,
sospeso sopra il suo lontano fondo
come cielo piovoso su un paesaggio.
E in mezzo a prati miti di pazienza,
pallida striscia, un unico sentiero era visibile
come una lunga tela distesa ad imbiancare.

E per quest’unico sentiero essi venivano.

In testa l’uomo snello in manto azzurro,
guardando innanzi muto e impaziente
divorava la strada col suo passo
a grandi morsi senza masticarla. Gravi, chiuse,
dalle pieghe del suo manto pendevano le mani,
dimenticata ormai la lieve lira
ch’era incarnata nella sua sinistra
come tralci di rosa nel ramo dell’ulivo.
Ed i suoi sensi erano in due divisi:
mentre l’occhio in avanti correva come un cane,
tornava ed ogni volta nuovamente lontano
alla prossima svolta era ad attenderlo –
l’udito gli restava – come un odore – indietro.
Talora gli sembrava di percepire il passo
degli altri due viandanti che dovevano
seguirlo fino al colmo dell’ascesa.
Poi nient’altro che l’eco del suo ascendere
dietro di lui e il vento del suo manto.
E tuttavia venivano, si disse
a voce alta, e udì perdersi la voce.
Venivano, gli parve, ma con passo inudibile,
i due. Se per un attimo
gli fosse dato volgersi (se il volgersi a guardare
non fosse la rovina dell’intera sua opera
prima del compimento) li vedrebbe
i silenziosi due che lo seguivano:

il dio dei viandanti e del messaggio
lontano, sopra gli occhi chiari il pètaso,
lo snello caducèo proteso innanzi,
e alle caviglie il battito dell’ali;
e affidata alla sua sinistra: lei.

La Tanto-amata che un’unica lira
la pianse più che schiera di prèfiche nel tempo,
e dal lamento un mondo nuovo nacque
ove ancora una volta tutto c’era: selva, valle,
paesi, vie, e campi, e fiumi e belve;
e intorno a questo mondo del lamento
come intorno ad un’altra terra, un sole
ed un cielo stellato taciti si volgevano,
un cielo del lamento pieno di astri stravolti -:
Lei, la Tanto-amata.

Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei,
né alla via che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come d’oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile.
Ella era in una verginità nuova
ed intangibile. Il suo sesso chiuso
come un giovane fiore sulla sera,
e le sue mani erano così immemori
di nozze che anche il dio che la guidava
col suo tocco infinitamente lieve,
come un contatto troppo familiare l’offendeva.

E non era più lei la bionda donna
che echeggiava talvolta nei canti del poeta,
isola profumata in mezzo all’ampio letto;
né più gli apparteneva.

Come una lunga chioma era già sciolta,
come pioggia caduta era diffusa,
come un raccolto in mille era divisa.

Ormai era radice.

E quando il dio bruscamente
fermatala, con voce di dolore,
esclamò: Si è voltato -,
lei non capì e in un soffio chiese: Chi?

Ma in lontananza – oscuro contro la soglia chiara –
qualcuno in volto non riconoscibile
immobile guardava
la striscia di sentiero in mezzo ai prati
dove il dio messaggero, l’occhio afflitto,
si voltava in silenzio seguendo la figura
che per la via di prima già tornava,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza.

(R. M. Rilke)

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A. Rodin, Danaide

Infinita tenebra di luce

10 novembre 2009 Lascia un commento

C. Brancusi, Uccello nello spazio

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Ch’io fossi allora – o sia: tu muovi sopra

di me, infinita tenebra di luce.

E il Sublime che nello spazio appresti, io irriconoscibile

sul mio volto che veglia lo accolgo.


Notte, sapessi come io ti guardo,

come il mio essere nella rincorsa arretra

per osare slanciarsi fino a te;

e come potrò credere che bastino due cigli a contenere

questi fiumi di sguardi che s’incalzano.

(R. M. Rilke)

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Rembrandt, Hendrickje stoffels