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È come Bach suonato sul bicchiere..

4 febbraio 2012 25 commenti

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– Progetto un mondo –

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Progetto un mondo, nuova edizione,

nuova edizione, riveduta,

per gli idioti, ché ridano,

per i malinconici, ché piangano,

per i calvi, ché si pettinino,

per i sordi, ché gli parlino.

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Ecco un capitolo:

La lingua di Animali e Piante,

dove per ogni specie

c’è il vocabolario adatto.

Anche un semplice buongiorno

scambiato con un pesce,

àncora alla vita

te, il pesce, chiunque.

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Quell’improvvisazione di foresta,

da tanto presentita, d’un tratto

nelle parole manifesta!

Quell’epica di gufi!

Quegli aforismi di riccio,

composti quando

siamo convinti

che stia solo dormendo!

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Il Tempo (capitolo secondo)

ha il diritto di intromettersi

in tutto, bene o male che sia.

Tuttavia – lui che sgretola montagne,

sposta oceani

ed è presente al moto delle stelle,

non avrà il minimo potere

sugli amanti, perchè troppo nudi,

troppo avviniti, col cuore in gola

arruffato come un passero.

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La vecchiaia è solo la morale

a fronte d’una vita criminosa.

Ah, dunque sono giovani tutti!

La Sofferenza (capitolo terzo)

non insulta il corpo.

La morte

ti coglie nel tuo letto.

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E sognerai

che non occorre affato respirare,

che il silenzio senza respiro

è una muscia passabile,

sei piccolo come una scinitlla

e ti spegni al ritmo di quella.

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Una morte solo così. Hai sentito

più dolore tenendo in mano una rosa

e provato maggiore sgomento

per un petalo sul pavimento.

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Un mondo solo così. Solo così

vivere. E morire solo quel tanto.

E tutto il resto eccolo qui –

è come Bach suonato sul bicchiere

per un istante.

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– W. Szymborska –

(Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)

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..dall’immobile viaggio (‘Diceria dell’untore’)

4 gennaio 2011 10 commenti

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Ma chi potrà scordarsi dei compagni di prigionia, del fuoco che li spingeva, nelle prime ore dell’alba, in pigiama com’erano, a scendere in giardino per piangere finalmente da soli, con la guancia premuta contro la spalliera di una panchina; chi potrà levarsi dalla mente le loro facce malrasate, mentre le coglie e disorienta l’indorarsi fulmineo del mondo, al di là del muro di cinta?

Bastava talvolta, tra sonno e veglia, un fischio di treno addolcito dalla distanza, oppure il cigolìo dei carri di zolfo in fila per la collina, e si balzava col cuore in tumulto, seduti sul letto, a origliare le invidiate informazioni e le leggende di quella stella infedele in cui s’era trasformata la terra. Che cosa racconta un treno, un carro che va, fra bivacchi e lune sull’aia, lungo profumi d’aranci e paesi, in una notte d’estate? Niente, eppure so di occhi sbarrati nel buio, che non avevano altra vacanza se non di sorprendere, al séguito di quelle ruote, qualche guizzo di vita durante la via: un vecchio che prende il fresco, due teste che si parlano sotto il lume della cena…

Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi, chi può dirlo, e tuttavia non delusi del nostro bottino di nuvole, l’unico che la sorte non aveva facoltà di vietarci.

[…]

(G. Bufalino, Diceria dell’untore)

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