Archivio

Posts Tagged ‘Geer van Velde’

Disiecta (Beckett e i Van Velde) – II

7 maggio 2010 2 commenti

*

L’oggetto della rappresentazione resiste sempre alla rappresentazione […].

Il primo assalto fatto all’oggetto catturato, indipendentemente dalle sue qualità, nella sua indiffrerenza, inerzia, latenza, ecco una definizione della pittura moderna che forse non è più ridicola delle altre. […]

Il Cristo di Rouault, la natura morta più cinese di Matisse, un conglomerato di Kandinskij del 1943 o del 1944 sono nati dallo stesso sforzo, quello di esprimere in quale senso un clown, una mela e un quadrato rosso fanno parte di un’unità, e dello stesso smarrimento, di fronte alla resistenza che impedisce a questa unicità di essere espressa. Perché costituiscono un’unità in questo, che sono cose,la cosa, la cosità. Sembra assurdo parlare come faceva Kandinskij, di una pittura liberata dall’oggetto. La pittura si è liberata  dell’illusione che esista più di un oggetto di rappresentazione, forse anche dell’illusione che questo unico oggetto si lasci rappresentare.

[…] Perché che cosa resta di rappresentabile se l’essenza dell’oggetto consiste nel sottrarsi alla rappresentazione?

Restano da rappresentare le condizioni di questo sottrarsi […].

[…] È dipinto ciò che impedisce di dipingere.

[…]

Uno svelamento senza fine, velo dietro velo, piano su piano di trasparenze imperfette, uno svelamento verso ciò che non si svela, il nulla, di nuovo la cosa.

[…]

La pittura dei van Velde emerge, libera da ogni preoccupazione critica, da una pittura di critica e di rifiuto, rifiuto di accettare come dato il vecchio rapporto soggetto-oggetto.

[…]

A partire da questo momento restano tre vie che la pittura può imboccare. La via del ritorno alla vecchia ingenuità, attraverso l’inverno del suo abbandono, la via dei pentiti. Poi la via che non è più una via, bensì un ultimo tentativo di vivere nel paese conquistato. E infine la via in avanti di una pittura che si preoccupa poco sia di una convenzione superata sia delle ieraticità e dei preziosismi delle inchieste superflue, pittura d’accettazione, che intravede nell’assenza di rapporto e nell’assenza di oggetto, il nuovo rapporto e il nuovo oggetto, via che si biforca nelle opere di Bram e Geer van Velde.

(S. Beckett, Disiecta)

*

Disiecta (Beckett e i Van Velde) – I

7 maggio 2010 4 commenti

*

Finito, nuovo di zecca, il quadro è là, un nonsenso. Perché non è ancora altro che un quadro, non vive ancora se non della vita delle linee e dei colori, non si è offerto se non al suo autore. Rendetevi conto della situazione. Aspetta che lo si faccia uscire di lì. Aspetta gli occhi, gli occhi che per secoli, perché è un quadro con un avvenire, lo caricheranno, lo anneriranno, con la sola vita che conta, quella dei bipedi implumi. Finirà per creparne. Poco importa. Lo si rattopperà. Lo si rabbercerà. […] Avrà vissuto, e sparso della gioia.

[…]

Che cosa significa saper disegnare? Che cosa importa che anche i bambini possano dipingere così? Facciano pure. Sarà meraviglioso.

[…]

Non c’è pittura. Ci sono solo i quadri. Questi, non essendo salsicce, non sono né buoni, né cattivi. Tutto ciò che se ne può dire è che traducono, con perdite maggiori o minori, impulsi assurdi e misteriosi verso l’immagine, che sono più o meno adeguati in rapporto a oscure tensioni interne. […] D’altronde è un coefficente privo di interesse. Perché perdite e profitti si equivalgono nell’economia dell’arte, dove quanto è taciuto è la luce di quanto è detto, e ogni presenza un’assenza. Tutto ciò che saprete di un quadro è quanto vi piace (e, a rigore, perché, se questo vi interessa). Ma anche questo probabilmente non lo saprete mai, a meno che diventiate sordi e dimentichiate i vostri studi.

[…]

La pittura di Bram van Velde sarebbe dunque, in primo luogo, una pittura della cosa in sospeso, direi volentieri della cosa morta, morta idealmente, se questo termine non comportasse delle associazioni incresciose. Vale a dire che la cosa che ci vediamo è non solo rappresentata come sospesa, bensì strettamente quale essa è, realmente rappresa. È la cosa sola, isolata dal bisogno di vederla. La cosa immobile nel vuoto, ecco infine la cosa visibile, il puro oggetto. Non ne vedo altri.

[…]

L’arte adora i salti.

[…] Che dire di questi piani che scivolano, questi contorni che vibrano, questi corpi che sembrano tagliati nella bruma, questi equilibri che un niente deve spezzare, che si spezzano e riformano man mano che li si guarda? Come parlare di questi colori che respirano, che ansimano? Di questa stasi brulicante? Di questo mondo senza peso, senza forza, senza ombra?

Qui tutto si muove, nuota, fugge, torna, si disfa, si rifà. Tutto cessa incessantemente. Si direbbe l’insurrezione delle molecole, l’interno di una pietra un millesimo di secondo prima che si disintegri.

La letteratura è proprio questo.

[…]

Forzare l’innata invisibilità delle cose esteriori finché questa stessa invisibilità diviene cosa, non semplice coscienza di limite, ma una cosa che si può vedere  e  far vedere, e farlo non nella testa (i pittori non hanno testa, leggete dunque al suo posto canovaccio, o stomaco, nei posti dove io li camuffo), bensì sulla tela, ecco un lavoro di una complessità diabolica e che richiede un mestiere di una flessibilità e di una leggerezza estreme, un mestiere che insinui più di quanto affermi, che sia positivo solo con l’evidenza fugace e accessoria del grande positivo, del solo positivo, del tempo che trasporta.

[…]

(S. Beckett, Disiecta)

*