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Posts Tagged ‘Michelangelo’

L’arte del levare (Non smettere di scolpire la tua propria statua)

23 novembre 2012 3 commenti

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«Ritorna in te stesso e guarda:

se non ti vedi ancora bello, comportati come l’autore di una statua che debba risultare bella:

quegli toglie, raschia, leviga, ripulisce, fino a far apparire nella statua un bel viso.

Anche tu togli il superfluo, raddrizza ciò che è storto,

a furia di ripulire quanto è oscuro, fallo brillare

e non smettere di ‘scolpire’ la tua propria ‘statua’

fino a che riluca per te il divino splendore della virtù,

fino a vedere la “Saggezza, alta sul suo sacro soglio” […]

Sei divenuto tale? Hai visto questo? […]

Se vedi di essere diventato così, allora, divenuto tu stesso una visione,

sempre più fiducioso in te stesso, già intento a salire verso l’alto pur essendo ancora su questa terra,

senza più bisogno di guida, figgi intensamente gli occhi e guarda!»

– Plotino –

(Enneadi I 6, 9, 7-16; 22-24)

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L’uomo che ascoltava le pietre

13 marzo 2010 4 commenti

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Sono di nuovo dal mio amico paralitico. Sorride in quel suo modo tutto particolare:

«Non mi ha ancora raccontato nulla dell’Italia».

«Sarebbe a dire che dovrei al più presto recuperare il tempo perduto?».

Ewald annuisce e già socchiude gli occhi, pronto all’ascolto. Allora comincio:

«Ciò che noi percepiamo come primavera, Dio lo vede scorrere sulla terra come un sorriso fugace. La terra sembra ricordarsi di qualcosa di cui narrerà poi a tutti durante l’estate, fino a quando si farà più saggia, durante il grande silenzio autunnale con il quale si confida ai solitari. Tutte le primavere che lei e io abbiamo vissuto, prese tutte insieme, non bastano a colmare un solo istante del tempo di Dio. La primavera di cui Dio deve accorgersi non può rimanere solo sugli alberi e sui prati, deve, in qualche modo, diventare presente nel cuore degli uomini, perché, per così dire, non fluisce nel tempo, ma piuttosto dentro l’eternità e alla presenza di Dio.

Quando questo accadde una volta, lo sguardo di Dio con le sue ali scure dovette rimanere sospeso sopra Italia. Al di sotto, la terra era chiara, il tempo risplendeva come oro, ma di traverso sulla penisola si allungava l’ombra scura e pesante di un uomo robusto. Poco distante, davanti a lui, era l’ombra delle sue mani creatrici, inquiete, vibranti: ora protese su Pisa, ora su Napoli, ora fluttuanti sopra l’incerto moto del mare. Dio non riusciva a distogliere il suo sguardo da queste mani che dapprima gli erano apparse giunte, in gesto di preghiera… ma la preghiera che ne scaturiva le spingeva lontano l’una dall’altra. Si fece silenzio nei cieli. Tutti i santi seguivano con lo sguardo Dio e come lui osservavano l’ombra che avvolgeva mezza Italia, mentre il canto degli angeli rimaneva immobile sui loro volti. Le stelle tremavano temendo di aver mancato in qualcosa e attendevano, umilmente, i rimproveri di Dio. Ma non accadde nulla di simile. Sopra l’Italia i cieli si erano dischiusi in tutta la loro vastità, così che a Roma Raffaello era caduto in ginocchio, mentre su una nuvola il beato Fra’ Angelico da Fiesole ne gioiva. Molte preghiere si levarono in quell’ora dalla terra. Ma Dio ne riconobbe una soltanto: la forza di Michelangelo saliva sino a lui come profumo di vigneti. Ed egli lasciò che essa riempisse tutti i suoi pensieri. Si chinò ancor più verso il basso, trovò l’uomo che stava creando, guardò oltre le sue spalle verso le mani che stavano ascoltando la pietra e si spaventò. Vi era forse un’anima anche nelle pietre? Perché quell’uomo spiava la voce delle pietre? Ed ecco che le mani gli si destarono e iniziarono a scavare nella pietra come fosse stata una tomba dentro alla quale tremola una debole voce morente:

“Michelangelo” gridò Dio in grande apprensione “chi c’è nella pietra?”.

Michelangelo tese l’orecchio, le sue mani tremarono. Poi rispose con voce cupa:

“Tu, mio Dio, chi altri? Ma io non posso giungere sino a te”

E allora Dio sentì che era anche dentro la pietra e tutto gli apparve pauroso e angusto. Il cielo intero era solo una pietra e lui vi era rinchiuso dentro e sperava nelle mani di Michelangelo che lo liberassero e le sentì giungere, ma erano ancora lontane. Tuttavia il maestro era nuovamente chino sulla sua opera. E continuava a pensare:

“Sei solo un piccolo blocco, e un altro farebbe fatica a scoprire una figura umana dentro di te. Ma io qui sento una spalla: è quella di Giuseppe d’Arimatea, e qui Maria si china, sento le sue mani tremanti che sostengono Gesù, nostro Signore, appena spirato sulla croce. Se in questo piccolo blocco di marmo trovano spazio queste tre figure, perché non potrei trarre da una rupe un’intera stirpe dormiente?”

E con possenti colpi liberò le tre figure della Pietà, ma da quei volti non tolse del tutto i veli di pietra, quasi temendo che la loro profonda tristezza potesse avvolgere le sue mani, paralizzandole. Così si rifugiò in un’altra pietra. Ma ogni volta rinunciava a dare a una fronte la piena chiarezza, a una spalla la più pura rotondità, e quando creava una figura femminile non posava il sorriso definitivo sulla sua bocca, affinché non ne venisse svelata completamente la bellezza.

A quel tempo stava progettando il monumento funebre a Giulio della Rovere. Voleva elevare una montagna sopra la tomba del Pontefice di ferro e scolpirvi sopra un’intera stirpe che la popolasse. Tutto preso da piani ancora oscuri si recò alla sua cava di marmo. Il pendio si snodava lungo un povero villaggio. Incorniciate da olivi e da pietrame antico, le lastre staccate di recente apparivano come un ampio volto pallido sotto una chioma che andava imbiancandosi. A lungo Michelangelo rimase a guardare la fronte di un viso ancora nascosta dal marmo. All’improvviso scorse, lì sotto, due giganteschi occhi di pietra che lo osservavano. E sotto l’influsso di quello sguardo Michelangelo sentì la sua figura crescere sempre di più. Ora si elevò anche lui sopra la terra, ed era come se da un’eternità stesse – da fratello – di fronte a quella montagna. La vallata arretrò dinanzi a lui come davanti a uno che si stia inerpicando, le capanne si strinsero le une alle altre come  greggi, e più vicino e familiare apparve allora il volto di roccia sotto bianchi veli di pietra. Aveva un’espressione di attesa, immobile e tuttavia sul punto di muoversi. Michelangelo pensò:

“Non ti si può frantumare, tu sei una cosa sola”.

Poi alzò la voce:

“A te voglio dare una forma, tu sei la mia opera”.

E si volse per tornare a Firenze. Vide una stella e il campanile del Duomo. E ai suoi piedi si era fatta sera.

Ad un tratto, a Porta Romana, esitò. Le due file di case si protendevano verso di lui simili a due braccia e già lo avevano catturato, traendolo dentro la città. E le viuzze si facevano sempre più strette e colme di crepuscolo, e quando entrò nella sua casa seppe di essere chiuso fra mani buie alle quali non poteva sottrarsi. Si rifugiò nella sala e poi nella piccola stanza, lunga appena due passi, nella quale era solito scrivere. Le pareti gli si appoggiarono addosso ed era come se lottassero con le sue dimensioni smisurate e lo ricacciassero nella vecchia, stretta figura. Ed egli lo accettò. Si piegò sulle ginocchia e si lasciò plasmare da loro. Sentì dietro di sé un’umiltà mai provata sino a quell’istante ed ebbe persino il desiderio di essere in qualche modo piccolo. E giunse una voce:

“Michelangelo, chi c’è in te?”.

E l’uomo nella minuscola stanza posò la fronte pesante sulle mani e disse sommessamente:

“Tu, mio Dio, chi altri?”.

Ed ecco farsi spazio intorno a Dio che risollevò liberamente il volto proteso sopra l’Italia e volse lo sguardo intorno: c’erano i santi con mantelli e mitrie e gli angeli incedevano fra le stelle assetate con i loro canti simili a brocche colme di lucente acqua sorgiva, e non vi era limite al cielo».


Il mio amico paralitico sollevò gli occhi e lasciò che le nubi della sera li conducessero con sé oltre il cielo.

«Dio è dunque

Chiese. Tacqui. Poi mi chinai su di lui:

«Ewald, siamo noi forse qua?».

E ci tenemmo affettuosamente per mano.

(R. M. Rilke, Storie del buon Dio)

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Madre

7 febbraio 2010 1 commento

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– La madre –

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

(G. Ungaretti)

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Il Golem

1 febbraio 2010 4 commenti

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Se (come il greco afferma nel suo Cratilo)

la cosa ha il proprio archetipo nel nome,

la rosa è nelle lettere di rosa,

nella parola Nilo è tutto il Nilo.


E, fatto di vocali e consonanti,

sarà un tremendo Nome che l’essenza

di Dio compendi e che l’Onnipotenza

serbi in lettere e in sillabe precise.


Adamo lo conobbe nel Giardino,

e gli astri. Poi lo cancellò la ruggine

(dicono i cabalisti) del peccato

e le generazioni lo han perduto.


Le malizie dell’uomo e il suo candore

non hanno fine. Sappiamo che un tempo

il popolo di Dio cercò quel Nome

nelle lunghe vigilie dei suoi ghetti.


Diversamente da altre che una vaga

ombra insinuano nella vaga storia,

è ancora verde e viva la memoria

di Leon Giuda, che fu rabbino in Praga.


Smanioso di sapere quel che sa Dio,

Leon Giuda si provò in permutazioni

di lettere e in complesse variazioni

e infine disse il Nome che è la Chiave.


la Porta, l’Eco, l’Ospite e il Palazzo,

su un fantoccio plasmato con maldestre

mani, per istruirlo negli arcani

del Tempo, dello Spazio, delle Lettere.


Il simulacro alzò le sonnolenti

palpebre e scorse sagome e colori

che perduti in rumori non intese

e saggiò timorosi movimenti.


Poco a poco si vide prigioniero

(come noi) in un reticolo sonoro

di Prima, Dopo, Ieri, Mentre, Ora,

Destra, Sinistra, Io, Tu, Loro, gli Altri.


(il cabbalista che operò da nume

quella vasta creatura chiamò Golem;

son verità che riferisce Scholem

in un dotto passaggio del suo libro).


Gli spiegava il rabbino l’universo:

«questo è il mio piede, il tuo, la corda» e ottenne,

dopo diversi anni, che il perverso

spazzasse, bene o mal, la sinagoga.


Forse vi fu un errore di grafia

o di pronuncia del Divino Nome;

per quanto eccelsa la magia, non seppe

parlare mai quell’apprendista uomo.


I suoi occhi, di cane più che d’uomo,

e ancora più di cosa che di cane,

seguivano il rabbino per l’incerta

penombra delle stanze di quel carcere.


Un che di rozzo e bruto era nel Golem

giacché al suo passo il gatto del rabbino

si nascondeva (il gatto non è in Scholem

ma io, attraverso il tempo, lo indovino).


Elevando al suo dio mani filiali,

le devozioni del suo dio copiava

o, stupido e ridente, s’affannava

in concave moine orientali.


L’osservava il rabbino con dolcezza

e orrore. Come ho potuto (diceva)

mettere al mondo un sì penoso figlio

lasciando l’inazione che è saggezza?


Perché ho aggiunto all’infinita serie

ancora un simbolo? Perché altra causa,

altro effetto, altro dolore alla vana

matassa che in eterno si dipana?


In quell’ora che è angoscia e luce vaga

sul suo Golem lo sguardo soffermava.

Chi potrà dirci mai cosa provava

Dio nel guardare il suo rabbino in Praga?.

(J. L. Borges)

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