Archivio

Posts Tagged ‘Rothko’

Il dio morente (..If sorrow had not made Sorrow more beautiful than Beauty’s self)

3 gennaio 2010 Lascia un commento

*

In fondo a triste e ombrosa valle

lontano dal fresco fiato del mattino,

dal fiero meriggio, dalla stella del vespro,

era Saturno dai capelli grigi: un quieto sasso,

un silenzio immoto a cerchio del suo covo,

foresta su foresta sospese sul suo capo

come nube su nube. Né fruscio d’aria,

né vita quanta in un giorno estivo

ruba un lieve seme a piume d’erba,

ma dove cade la morta foglia resta.

Un rivo fluiva muto, ancora più cheto

perché la caduta divinità spandeva

ombra: la Naiade tra le canne

il freddo dito premeva sulle labbra.


Sulla renosa riva grandi orme correvano,

non oltre dove vagò il suo passo, e lì dormiva.

Su terra umida posava la vizza mano,

sfibrata, fiacca, morta, senza scettro;

e gli occhi spodestati chiusi;

mentre a capo chino forse Terra ascoltava,

l’antica madre, ancora per conforto.


Sembrava che nessuna forza l’avrebbe smosso,

ma venne colei che con mano sorella

toccò le ampie spalle, dopo un inchino

reverente a chi non s’avvedeva.

Era una Dea del mondo infante;

per statura a suo petto l’alta Amazzone

un pigmeo sarebbe: ghermire potrebbe

Achille per la chioma e piegargli il collo;

o con un dito fissare la ruota d’Issione.

Il volto largo come sfinge di Menfi,

sopra un piedistallo forse in corte regia,

quando i saggi all’Egitto chiedevano lume.

Ma oh! quanto diverso dal marmo era quel volto:

quanto bello se il dolore non avesse fatto

Dolore più bello di Bellezza stessa.

[…]

(J. Keats, Hyperion, I)

*

Annunci

DOVE?

30 novembre 2009 Lascia un commento

*

DOVE?

Nelle masse incoerenti della notte.


Nel ghiaiume e nei detriti del dolore sordo,

nel lentissimo tumulto,

nel pozzo di saggezza che si chiama Mai.


Aghi d’acqua,

a ricucire insieme

l’ombra schiattata – essa lotta

per sprofondare ancora, più giù,

libera.

(P. Celan)

*

Inno alla Notte

24 novembre 2009 2 commenti

*

– III –

Un giorno che io versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in angusto oscuro spazio la forma della mia vita – solitario, come non era mai stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile – senza forze, non più che l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo intorno in cerca d’aiuto, non potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta, con nostalgia infinita: – allora venne dalle azzurre lontananze: – dalle alture della mia antica beatitudine un brivido crepuscolare – e d’un tratto si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre e il mio cordoglio con essa – confluì la malinconia in un nuovo e imperscrutabile mondo – tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada si sollevò poco poco: sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere – attraverso la nube vidi i tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità – io afferrai le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. – Fu il primo, unico sogno – e solo d’allora sentii eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

(Novalis, Inni alla Notte)

*

*

M. Feldman, Rothko Chapel 1