La grande Notte
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- La grande Notte -
Spesso ti contemplai attonito, alla finestra incominciata ieri
ti contemplai attonito. La città nuova mi era
quasi preclusa ancora e il paesaggio non persuaso in tenebra
si perdeva, come se io non fossi. Né le cose più vicine
si sforzavano d’essemi comprensibili. Su per il fanale
il vicolo saliva fino a me: ed era estraneo.
Di fronte, una stanza – affabile nel chiaro della lampada -
e già ero partecipe; ma se ne accorsero, chiusero le imposte.
Ero là. E un bambino pianse. Nelle case tutt’intorno sapevo
le madri quanto possono – e di tutte le lacrime
sapevo al tempo stesso le ragioni inconsolabili.
O una voce cantava, oltre l’attesa prolungandosi
ed un vecchio, più in basso, tossiva
in tono di rimprovero, quasi il suo corpo avesse
ragione contro il mondo più clemente. Poi batté l’ora -
ma cominciai troppo tardi a contare e mi sfuggì. -
Come un fanciullo forestiero, se finalmente lo ammettono
al gioco, non afferra la palla e non sa alcuno
dei giochi così facili per gli altri;
se ne sta là guardando altrove – dove? – così stavo
e all’improvviso intesi che tu eri con me, con me giocavi,
notte adulta, e ti guardai attonito. Dove le torri irose rintoccavano,
dove ad un altro destino rivolta, m’era attorno
una città e montagne indecifrabili contro me si stendevano,
e un famelico ignoto in stretto cerchio attorniava
il barbaglio fortuito dei miei sentimenti -:
non fu vergogna allora,
per te, Alta, il conoscermi. M’avvolse il tuo respiro.
Diffuso ovunque in lontananze assorte,
mi penetrò il tuo sorriso.
(R. M. Rilke)
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Sigur Rós
Untitled #8 (Popplagið)
Mont Sainte-Victoire
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Dimmi, qual è il tuo compito, Poeta?
– Io celebro.
Ma il Mostruoso e il Micidiale,
come lo accetti, come lo sopporti?
– Io celebro.
Ma il Senzanome, ma l’Anonimo,
come, Poeta, tuttavia lo nomini?
– Io celebro.
Donde trai il tuo diritto d’esser vero
in ogni maschera, in ogni costume?
– Io celebro.
E come può la quiete ed il furore
conoscerti, la stella e la tempesta?
: – perché io celebro.
(R. M. Rilke)
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Sogno e Addio (Ett Drömspel)
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[...]
L’addio si fa imminente, è ormai la fine;
figlio dell’uomo, salve, sognatore,
poeta, tu, più esperto della vita;
se anche t’arresti nel tuo volo, piombi
verso la polvere terrestre,
la sfiori solamente, te ne liberi!
……………………………………………
Adesso parto… Nell’ora suprema,
quando è forza staccarsi da un amico,
da un luogo, come manca quanto hai amato,
ogni errore commesso ti rimorde…
Ora conosco la pena di esistere,
ecco cosa vuol dire essere uomini…
Rimpiangi pure chi non hai stimato,
ti penti per errori non commessi…
Vuoi partire, vorresti rimanere,
il cuore ti si lacera:
ogni senso dilaniano i contrasti,
disarmonie, incertezze,
come cavalli spinti in versi opposti…
……………………………………………
Addio! Nei luoghi in cui ora salgo
io mi ricorderò dei tuoi fratelli,
porterò il loro pianto fino al Trono,
in nome tuo. Addio!
(A. Strindberg, Il sogno)
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Il vuoto
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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
(E. Montale)
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Così grande e così inutile
- All’amato me stesso -
Quattro. Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”.
Ma uno come me dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.
Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!
O s’io fossi povero come un miliardario.. Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile s’annida in essa:
all’orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie!
S’io fossi balbuziente come Dante o Petrarca…
Accendere l’anima per una sola, ordinarle coi versi…
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.
O s’io fossi silenzioso, umil tuono… Gemerei stringendo
con un brivido l’intrepido eremo della terra…
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.
Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s’io fossi appannato come il sole…
Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?
Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?
Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?
(V. Majakovskij – riadattata da C. Bene)
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Ti dono anche l’avara mia speranza

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- Casa sul mare -
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
(E. Montale)
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L’ultima Sonata
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[...]«Perchè Beethoven non ha aggiunto un terzo tempo alla sonata per pianoforte, op. 111».
[...]
Interrogato in proposito dal domestico, Beethoven aveva risposto che non aveva avuto tempo, e perciò aveva preferito allungare un pochino la seconda parte. Non aveva avuto tempo! E con «calma» l’aveva detto. Evidentemente il disprezzo contenuto in quela risposta era passato inosservato, ma era giustificato dalla domanda.
[...]
Poi Kretzschmar parlò della sonata in do minore che certo non è facile da capire come opera armonica e spiritualmente ordinata, e che tanto per la critica contemporanea quanto per gli amici aveva costituito un arduo problema estetico. [...] Davanti appunto a un plus ultra, nel quale sapevano scorgere solo una degenerazione di tendenze che il maestro perseguiva con un eccesso di speculazione, con minuziosità e scienza musicale esagerate – talora in una materia semplice come il tema dell’Arietta, svolto in quelle formidabili variazioni che formano il secondo tempo della sonata. E come il tema di questo tempo, attraverso cento destini, cento mondi di contrasti ritmici, finisce col perdersi in altitudini vertiginose che si potrebbero chiamare trascendenti o astratte – così l’arte di Beethoven aveva superato se stessa: dalle regioni abitabili e tradizionali si era sollevata, davanti agli occhi sbigottiti degli uomini, nelle sfere della personalità – a un io dolorosamente isolato nell’assoluto, escluso anche, causa la sordità, dal mondo sensibile: sovrano solitario di un regno spirituale dal quale erano partiti brividi rimasti oscuri persino ai più devoti del suo tempo, e nei cui terrificanti messaggi i contemporanei avevano saputo raccapezzarsi solo per istanti, solo per eccezione.
[...]
Poi sedette al pianino e ci suonò a memoria tutta la composizione, il primo e il formidabile secondo tempo, inserendovi continuamente i commenti e accompagnandola qua e là col canto entusiastico dimostrativo per farci ben notare la linea; e tutto insieme era uno spettacolo travolgente per un verso, comico per un altro, e accolto infatti spesso con ilarità dal piccolo uditorio.
[...]
Infine posò le mani in grembo, riposò un istante, disse: – Adesso viene il bello – e incominciò il tempo con variazioni l’«adagio molto, semplice e cantabile».
Il tema dell’Arietta destinato a subire avventure e peripezie per le quali nella sua idillica innocenza proprio non sembra nato, si annuncia subito e si esprime in sedici battute riducibili a un motivo che si presenta alla fine della prima metà, simile a un richiamo breve e pieno di sentimento – tre sole note: una croma, una semicroma e una semiminima puntata che si possono scandire come «Pu-ro ciel» oppure «Dol-ce amor» oppure «Tem-po fu» oppure «Wie-sengrund»: e questo è tutto. Il successivo svolgimento ritmico-armonico-contrappuntistico di questa dolce enunciazione, di questa frase malinconicamente tranquilla, le benedizioni e le condanne che il maestro le impone, le oscurità e le chiarità eccessive, le sfere cristalline nelle quali la precipita e alle quali la innalza, mentre gelo e calore, estasi e pace sono una cosa sola: tutto questo potrà dirsi prolisso o magari strano e grandiosamente eccessivo, senza che per questo se ne sia trovata la definizione, poichè, a guardar bene, essa è indefinibile; e Kretzschmar ci suonava con mani febbrili tutte quelle spettacolose variazioni cantando forte: «Lil-lala» e gridando mentre suonava:
- I trilli a catena! Le fioriture e le cadenze! sentite la convenzionalità che vi è mantenuta? Qui… la lingua… non è più… liberata dalla retorica… ma la retorica… dalla parvenza… del suo dominio soggettivo, infine la parvenza dell’arte… è eliminata… l’arte elimina sempre… la parvenza dell’arte. Lillala! Vi prego di ascoltare… come la melodia… sia sopraffatta dal peso degli accordi… nel passo imitato. Diventa statica… diventa monotona… ecco due volte il re, tre volte il re di seguito… ci pensano gli accordi… lil-lala… vi prego di badare a questo punto…
Era enormemente difficile ascoltare nel contempo le sue grida e la musica complicatissima entro la quale le mescolava. Tutti cercavamo di farlo con grande sforzo, chini in avanti, le mani fra le ginocchia, guardando ora le dita ora la bocca. La caratteristica di questo tempo è infatti il grande distacco fra il basso e il canto, fra la mano destra e la sinistra, e c’è un momento, una situazione estrema in cui sembra che quel povero motivo rimanga sospeso, abbandonato e solitario sopra un abisso vertiginoso – un istante di pallida elevazione cui segue subito una paurosa umiliazione, quasi un trepido sgomento per il fatto che una cosa simile abbia potuto accadere. Ma molte cose accadono ancora prima che si arrivi in fondo. E quando ci si arriva e mentre ci si arriva, dopo tanta collera e ossessione e insistenza temeraria, avviene alcunché di inaspettato e commovente nella sua dolcezza e bontà. Il ben noto motivo che prende commiato e diventa una voce e un cenno di addio, questo re-sol sol subisce una lieve modificazione, prende un piccolo ampliamento melodico. Dopo un do iniziale accoglie, prima del re, un do diesis, di modo che non lo si scandisce più «Pu-ro ciel» o «Tem-po fu», bensì «Oh-tu, puro ciel» o «Già-un tempo fu»; e questo do diesis aggiunto è l’atto più commovente, più consolatore, più malinconico e conciliante che si possa dare. È come una carezza dolorosamente amorosa sui capelli, su una guancia, un ultimo sguardo negli occhi, quieto e profondo. È la benedizione dell’oggetto, è la frase terribilmente inseguita e umanizzata in modo che travolge e scende nel cuore di chi ascolta come un addio, un addio per sempre, così dolce che gli occhi si empiono di lacrime. «Non pen-sare al mal!» dice. «Dio fu – sempre in noi.» «Tutto un – sogno fu.» «Mi vuoi – sempre ben.» Poi finisce. Un seguito di terzine veloci e dure si affretta a formare una conclusione qualunque, che potrebbe benissimo stare alla fine di altri tempi.
Dopo di che Kretzschmar non ritornò dal pianino alla cattedra. Volto verso di noi, rimase seduto sullo sgabello girevole, nello stesso nostro atteggiamento, chino in avanti, le mani fra le ginocchia, e conchiuse con poche parole la conferenza sul quesito: perchè Beethoven non abbia aggiunto un terzo tempo all’op. 111.
Dopo aver udito, disse, tutta la sonata potevamo rispondere da soli a questa domanda.
- Un terzo tempo? una nuova ripresa… dopo questo addio? Un ritorno… dopo questo commiato? – Impossibile. Tutto era fatto: nel secondo tempo, in questo tempo enorme la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E se diceva «la sonata» non alludeva soltanto a questa, alla sonata in do minore, ma intendeva la sonata in genere come forma artistica tradizionale: qui terminava la sonata, qui essa aveva compiuto la sua missione, toccato la meta oltre la quale non era possibile andare, qui annullava se stessa e prendeva commiato – quel cenno d’addio del motivo re-sol sol, confortato melodicamente dal do diesis, era un addio anche in questo senso, un addio grande come l’intera composizione, il commiato della Sonata.
(T. Mann, Doctor Faustus, VIII)
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L. van Beethoven
Sonata n.32 in Do minore op. 111
II tempo: Arietta (Adagio molto semplice e cantabile)
[parte 1 di 2]
[parte 2 di 2]
Volto
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Ancora mi struggo per l’angoscia dei desideri,
Ancora l’anima mia ti desidera,
E nella tenebra dei ricordi
Ancora io rivedo il tuo volto…
Il tuo caro, indimenticabile volto,
Che è sempre, e ovunque, davanti a me
Così inafferrabile, così immutato,
Come una stella nel cielo notturno.
(F. I. Tjutčev)
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Ricorda e combatti
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5 - E chiunque, al termine della sua vita, nel suo ultimo istante,
mentre abbandona il proprio corpo mortale e se ne va,
ricordi solo Me,
accede al mio stesso essere.
Di ciò non vi è dubbio.
6 - Qualunque stato dell’essere egli ricordi
quando alla fine abbandona il suo corpo,
a quello stato egli giunge,
venendo assunto in quella condizione.
7 - Pertanto ricordati di Me in ogni momento
e combatti, con la mente e il giudizio fissati su di Me.
È a Me che giungerai,
di ciò non vi è dubbio.
(Bhagavadgītā, VIII)
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Inno alla Notte
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- III -
Un giorno che io versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in angusto oscuro spazio la forma della mia vita – solitario, come non era mai stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile – senza forze, non più che l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo intorno in cerca d’aiuto, non potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta, con nostalgia infinita: – allora venne dalle azzurre lontananze: – dalle alture della mia antica beatitudine un brivido crepuscolare – e d’un tratto si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre e il mio cordoglio con essa – confluì la malinconia in un nuovo e imperscrutabile mondo – tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada si sollevò poco poco: sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere – attraverso la nube vidi i tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità – io afferrai le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. – Fu il primo, unico sogno – e solo d’allora sentii eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata.
(Novalis, Inni alla Notte)
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M. Feldman, Rothko Chapel 1
Eppure questo non basta
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È fuggita l’estate, più nulla rimane.
Si sta bene al sole,
eppure questo non basta.
Una foglia dalle cinque punte
mi si è posata su una mano,
eppure questo non basta.
Né il bene né il male sono passati invano,
tutto era chiaro e luminoso,
eppure questo non basta.
La vita mi prendeva sotto l’ala,
mi proteggeva, mi salvava: ero davvero fortunato,
eppure questo non basta.
Non sono bruciate le foglie, non si sono spezzati i rami,
il giorno è terso come il cristallo,
eppure questo non basta.
(Arsenij Tarkovskij)
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La danza
Al di là dello specchio

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- Primi incontri -
Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.
Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola «tu» svelò
il proprio nuovo significato: zar.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.
Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…
Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano
(Arsenij Tarkovskij)
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