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Di polvere e tempo e sogno e agonie

13 luglio 2010 Lascia un commento

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Scacchi


I

Nell’angolo severo i giocatori
muovono i lenti pezzi. La scacchiera
li avvince fino all’alba al duro campo
dove si stanno odiando due colori.

Su di esso irradiano magici rigori
le forme: torre omerica, leggero
cavallo, armata regina, re estremo,
obliquo alfiere e pedoni aggressori.

Quando i giocatori se ne saranno andati,
quando il tempo li avrà consumati,
certo non sarà concluso il rito.

Nell’Oriente si accese questa guerra
che oggi ha il mondo intero per teatro.
Come l’altro, questo gioco è infinito.


II

Tenue re, sghembo alfiere, indomita
regina, torre diritta e pedone scaltro
sopra il nero e il bianco del tracciato
cercano e combattono la loro lotta armata.

Non sanno che la mano designata
del giocatore comanda il loro fato,
non sanno che un rigore adamantino
regge il loro arbitrio e il loro viaggio.

Ma il giocatore è anch’esso prigioniero
(Omar lo dice) di un’altra scacchiera
fatta di nere notti e bianchi giorni.

Dio muove il giocatore, e questi, il pezzo.
Quale dio dietro Dio dà inizio alla trama
di polvere e tempo e sogno e agonie?

(J. L. Borges)

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Altra poesia dei doni

17 febbraio 2010 1 commento

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Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
una mappa del labirinto,
per il volto di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il duro diamante e l’acqua libera,
per l’algebra, palazzo di perfetti cristalli,
per le mistiche monete di Angelo Silesio,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per il fulgore del fuoco
che nessun uomo può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i rozzi mandriani che nella pianura
spronano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultimo giorno di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo si dissero
da una croce all’altra croce,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemoriali
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai in Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di quanto non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale di Germania,
per l’oro che splende nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso di bronzo,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
per il mattino in Texas,
per quel sivigliano che compose l’Epistola Morale,
e il cui nome, come avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per l’abitudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,
per la notte, le sua tenebra e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
per il fatto che la poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e varia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché ci metteva tanto a morire,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non enumero,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

(J. L. Borges)

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Il Golem

1 febbraio 2010 4 commenti

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Se (come il greco afferma nel suo Cratilo)

la cosa ha il proprio archetipo nel nome,

la rosa è nelle lettere di rosa,

nella parola Nilo è tutto il Nilo.


E, fatto di vocali e consonanti,

sarà un tremendo Nome che l’essenza

di Dio compendi e che l’Onnipotenza

serbi in lettere e in sillabe precise.


Adamo lo conobbe nel Giardino,

e gli astri. Poi lo cancellò la ruggine

(dicono i cabalisti) del peccato

e le generazioni lo han perduto.


Le malizie dell’uomo e il suo candore

non hanno fine. Sappiamo che un tempo

il popolo di Dio cercò quel Nome

nelle lunghe vigilie dei suoi ghetti.


Diversamente da altre che una vaga

ombra insinuano nella vaga storia,

è ancora verde e viva la memoria

di Leon Giuda, che fu rabbino in Praga.


Smanioso di sapere quel che sa Dio,

Leon Giuda si provò in permutazioni

di lettere e in complesse variazioni

e infine disse il Nome che è la Chiave.


la Porta, l’Eco, l’Ospite e il Palazzo,

su un fantoccio plasmato con maldestre

mani, per istruirlo negli arcani

del Tempo, dello Spazio, delle Lettere.


Il simulacro alzò le sonnolenti

palpebre e scorse sagome e colori

che perduti in rumori non intese

e saggiò timorosi movimenti.


Poco a poco si vide prigioniero

(come noi) in un reticolo sonoro

di Prima, Dopo, Ieri, Mentre, Ora,

Destra, Sinistra, Io, Tu, Loro, gli Altri.


(il cabbalista che operò da nume

quella vasta creatura chiamò Golem;

son verità che riferisce Scholem

in un dotto passaggio del suo libro).


Gli spiegava il rabbino l’universo:

«questo è il mio piede, il tuo, la corda» e ottenne,

dopo diversi anni, che il perverso

spazzasse, bene o mal, la sinagoga.


Forse vi fu un errore di grafia

o di pronuncia del Divino Nome;

per quanto eccelsa la magia, non seppe

parlare mai quell’apprendista uomo.


I suoi occhi, di cane più che d’uomo,

e ancora più di cosa che di cane,

seguivano il rabbino per l’incerta

penombra delle stanze di quel carcere.


Un che di rozzo e bruto era nel Golem

giacché al suo passo il gatto del rabbino

si nascondeva (il gatto non è in Scholem

ma io, attraverso il tempo, lo indovino).


Elevando al suo dio mani filiali,

le devozioni del suo dio copiava

o, stupido e ridente, s’affannava

in concave moine orientali.


L’osservava il rabbino con dolcezza

e orrore. Come ho potuto (diceva)

mettere al mondo un sì penoso figlio

lasciando l’inazione che è saggezza?


Perché ho aggiunto all’infinita serie

ancora un simbolo? Perché altra causa,

altro effetto, altro dolore alla vana

matassa che in eterno si dipana?


In quell’ora che è angoscia e luce vaga

sul suo Golem lo sguardo soffermava.

Chi potrà dirci mai cosa provava

Dio nel guardare il suo rabbino in Praga?.

(J. L. Borges)

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Nostalgia del presente – (Traum der Liebenden)

6 novembre 2009 8 commenti

M. Chagall, Traum der Liebenden

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Nostalgia del presente


E in quel preciso momento l’uomo si disse:

che cosa non darei per la gioia

di stare al tuo fianco in Islanda

sotto il gran giorno immobile

e condividere l’adesso

come si condivide la musica

o il sapore di un frutto.

In quel preciso momento

L’uomo stava accanto a lei

In Islanda

(J. L. Borges)

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A. Dürer, Betende Hände